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Ci sono libri che anche trattando dello stesso tema possono essere tra loro diversissimi. Tra i molti che si occupano della continua tragedia delle morti sul lavoro, spicca certo per originalità Crimini della sicurezza (Il Ponte Vecchio, pp.208, euro 15), un testo che alternando con assoluta padronanza prosa e poesia racconta numerose storie di vittime nei luoghi di lavoro, affiancando a queste la sofferenza dei vivi, di chi rimane cercando di combattere contro il dolore di una perdita ingiusta, incomprensibile. A scriverlo Yuleis Cruz Lescano, di origini cubane, già autrice di volumi che insistono su temi sociali, e di versi che scavano nella profondità dell’animo umano.
Come mai un libro dedicato al drammatico tema delle morti sul lavoro?
Spesso le cose accadono come per un volere del destino. Quattro anni fa ho iniziato a conservare dei trafiletti di giornale riguardanti le morti sul lavoro, e una prima curiosità è dovuta dal mio modo di guardare al mondo in maniera bifocale: una parte narrativa, poetica, contemplativa; poi c’è la preparazione scientifica, la mia formazione come biologa, che mi ha abituata a fare ricerca. Ho sempre studiato e osservato i fenomeni dal punto di vista scientifico ma anche da quello sociale, ascoltando le persone in un rapporto di empatia. In più, il mio interesse per certi temi arriva anche da una vicenda famigliare.
Quale?
Le mie origini sono cubane, e tanti anni fa, quando ancora vivevo a Cuba, mentre mio padre tornava dal lavoro in bicicletta gli è crollato un pezzo di un edificio addosso, a neanche cinquant’anni, provocandogli continui attacchi ischemici transitori per il resto della sua vita. Un infortunio sul lavoro, una menomazione che ha fatto parte delle mie vicissitudini famigliari, e mi ha avvicinata a quelle altrui. Ecco perché in questo libro sono entrata dalla porta dei numeri mai poi sono passata a quella delle persone, famigliari che sono diventati i miei famigliari, perché le morti sul lavoro lasciano un immenso dolore tra i vivi. Con loro ho trovato immagini e accostamenti, per far arrivare al lettore come queste persone avessero una vita. Volevo sfatare il solo evento di cronaca, perché questo è un lavoro portato avanti anche con il mio attivismo, non solo con il dato statistico.
Da dove nasce l’idea di coniugare a ciascuna delle vicende umane raccontate una chiosa in versi?
A volte la poesia è sintetica, riesce a costruire una serie di fotogrammi ma può non cogliere appieno certe profondità. Con la prosa invece sono entrata nella vita delle persone, sono riuscito a narrarla, senza i vincoli della struttura poetica, perché stavolta, dato il tema, avevo troppo da dire. Si tratta di un lavoro congiunto, a più voci, e questo dà forza sia alla prosa sia alla poesia, che nel libro utilizzo soprattutto come un messaggio di ringraziamento verso queste persone. Le tante storie contenute, tra prosa e poesia, raccontano questo.
Data la forma e il contenuto, inevitabile non pensare all’antologia di Spoon River. C’è stato qualche riferimento letterario in particolare?
Se devo pensare a delle forme di scrittura di riferimento mi viene in mente Tonino Guerra, il suo modo di mettere assieme poesia e narrativa. Nel mio libro “L’infanzia dell’erba” c’è una scrittura che cerca la lentezza e l’innocenza del mondo, come in Tonino Guerra, guardando anche a Walt Whitman. Logicamente questo è invece un libro d’inchiesta, di denuncia, ma anche una biografia collettiva, una memoria di queste persone, e in questo senso l’antologia di Spoon River può essere un terreno comune.
Intanto le morti sul lavoro continuano, giorno dopo giorno. E ogni volta è un’altra poesia…
Sì, l’ultima è dedicata ad Andrea Moretti, il giovane ragazzo, lavoratore in subappalto, che di notte stava installando un nuovo impianto di illuminazione al Colosseo. Si intitola “Tra un battito e l’altro”, e i primi versi recitano così:
La notte teneva il cielo
con mani nere
e il Colosseo dormiva
dentro la sua pietra.
Una luce tremava in alto
dentro una stella rimasta sola.
Lui era sospeso tra terra e buio,
legato a un filo sottile di silenzio.
Ha battuto le palpebre
e la vita gli è scivolata via.
Il libro si apre con una prefazione di Maria Giorgini, segretaria generale Cgil Forli-Cesena. Quanto è importante il ruolo del sindacato nella battaglia per la sicurezza nei luoghi di lavoro?
Molto importante, e ringrazio Maria Giorgini per la sua partecipazione, e per aver organizzato la prima presentazione di questo libro. Ma ci tengo a dire, e a ribadire con forza, che queste storie, questo dolore, non devono avere un partito, o una cornice politica, non devono essere ridotte a una sigla: la morte e la vita delle persone che ho raccontato appartengono a tutti noi, e la sicurezza nei luoghi di lavoro deve rappresentare una battaglia comune.























