La settimana Collettiva, sette notizie in cinque minuti. Ogni settimana una nuova puntata. Uno sguardo giornalistico per capire cosa sta succedendo e perché ci riguarda.
(montaggio a cura di Ivana Marrone)
Si parte da Roma, da un luogo simbolo come il Colosseo. E da una morte che riporta al centro, ancora una volta, la necessità di fermare la strage sul lavoro.
Andrea Moretti aveva 22 anni. Era un operaio rocciatore e lavorava in subappalto alla manutenzione del Colosseo. È precipitato da circa dieci metri mentre era impegnato nell’installazione di un nuovo impianto di illuminazione.
Davanti al Colosseo, la Cgil ha organizzato un presidio per chiedere verità e giustizia. Ma insieme al dolore torna una domanda: perché si continua a morire lavorando?
La vicenda di Andrea Moretti riporta al centro anche la logica degli appalti e dei subappalti e quella precarietà che troppo spesso significa meno tutele, meno potere contrattuale, più ricattabilità.
La sicurezza non può essere considerata un costo da comprimere. Perché quando la frammentazione del lavoro si somma alla precarietà e alla mancanza di controlli, il rischio è che a pagare sia chi lavora.
Dalla sicurezza arriviamo a un’altra grande emergenza del lavoro: i salari.
La Campagna Abiti Puliti ha calcolato per il 2026 una soglia di salario dignitoso di circa 12 euro netti l’ora: oltre duemila euro netti al mese per un lavoro a tempo pieno.
Un dato che racconta una realtà fatta di stipendi insufficienti, perdita di potere d’acquisto e disuguaglianze. Perché avere un lavoro non basta: quel lavoro deve permettere di vivere.
E torniamo a parlare di scuola.
Il governo ha approvato il decreto per l’avvio dell’anno scolastico 2026-2027. Tra le misure più discusse c’è il tetto del 30 per cento agli alunni stranieri nelle classi prime.
Per la Flc Cgil è un provvedimento propagandistico, che usa la scuola per alimentare una logica ideologica e securitaria, mentre lascia senza risposta le vere emergenze.
Perché nel decreto non c’è nessuna norma per stabilizzare gli oltre 220 mila precari della scuola e non c’è un euro aggiuntivo per gli stipendi di docenti e personale Ata.
E mentre mancano risorse per gli organici e per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, arrivano invece quote, divieti e sanzioni.
Il tetto del 30 per cento, secondo la Flc, riguarderà comunque un numero molto limitato di studenti. Ma rischia di creare problemi soprattutto nelle aree metropolitane, dove la composizione della popolazione è molto diversa da quartiere a quartiere.
E poi ci sono le sanzioni: i genitori stranieri con difficoltà linguistiche possono essere segnalati ai servizi sociali e obbligati a frequentare corsi di italiano. Se non li frequentano, rischiano multe da 200 a mille euro. Senza però che vengano stanziate risorse aggiuntive per i centri che dovrebbero garantire questi percorsi.
La denuncia è quindi molto precisa: la vera integrazione non si fa con tetti percentuali, divieti e multe, ma con docenti di italiano L2, mediatori culturali, meno alunni per classe, organici stabili e risorse contro la dispersione.
È qui che, secondo il sindacato, emerge tutta la distanza tra la propaganda e i problemi reali della scuola pubblica.
E dal rapporto tra politica e realtà arriviamo all’Istat.
Perché nelle ultime settimane l’Istituto nazionale di statistica è tornato al centro delle polemiche, dopo le critiche arrivate dal governo sui dati economici e sulla revisione delle stime del Pil.
Linda Laura Sabbadini, statistica sociale ed ex dirigente dell’Istat, definisce la statistica pubblica una vera e propria “infrastruttura della democrazia”.
Il punto è semplice: i dati ufficiali devono essere prodotti da istituzioni autonome, super partes, che possano essere utilizzate tanto dal governo quanto dalle opposizioni e dai cittadini.
E proprio per questo, dice Sabbadini, è pericoloso attaccare un istituto quando i suoi dati diventano scomodi.
Il governo ha utilizzato e rivendicato i numeri dell’Istat quando fotografavano risultati positivi sull’occupazione. Ma quando arrivano dati meno favorevoli sull’andamento economico, gli stessi dati vengono messi in discussione.
Sabbadini ricorda che le statistiche ufficiali vengono costruite attraverso metodologie condivise a livello europeo e internazionale.
Il problema, quindi, non è se un dato piaccia o meno alla politica. Il problema è che i dati devono essere analizzati scientificamente e non politicamente.
E conoscere la realtà significa anche guardare a come funzionano i servizi pubblici.
Dal 21 settembre è entrato in vigore il nuovo tariffario sanitario. Cambiano i ticket e, secondo la Cgil, cresce il rischio di uno spostamento ulteriore di risorse verso il privato.
Già oggi milioni di persone rinunciano o rimandano visite ed esami perché non possono permetterseli. Quando il pubblico non riesce a garantire tempi e prestazioni adeguate, la possibilità di curarsi finisce sempre più legata alla disponibilità economica.
E anche qui il tema torna a essere quello delle disuguaglianze: il diritto alla salute non può dipendere dal reddito.
Dalla sanità ai diritti delle persone migranti.
Un rapporto della campagna Ero Straniero racconta un altro meccanismo che produce precarietà: l’attesa.
La regolarizzazione del 2020 ha portato al rilascio di oltre 130 mila permessi di soggiorno, ma molte pratiche hanno richiesto anni per essere concluse.
Anni durante i quali le persone restano sospese, in una condizione di incertezza che può trasformarsi nuovamente in irregolarità.
La denuncia è quindi che l’attesa burocratica, invece di risolvere l’irregolarità, rischia di produrla.
E chiudiamo con una storia che parla di memoria, diritti e futuro.
La Cgil compie 120 anni e, per celebrare questo anniversario, è stato presentato un francobollo dedicato alla storia del sindacato e alla tutela del lavoro.
Centoventi anni di battaglie che arrivano fino alle questioni di oggi: la sicurezza, i salari, la precarietà, la scuola, la sanità, i diritti delle persone migranti e la difesa delle istituzioni democratiche.
Perché il filo che unisce le notizie di questa settimana è proprio questo: dietro ogni dato, ogni contratto, ogni appalto, ogni norma, ci sono persone e diritti.
E la tutela del lavoro e delle persone, dopo 120 anni, resta ancora una battaglia attuale.
Queste erano le sette notizie della settimana.
Sette storie per provare a capire cosa succede nel mondo del lavoro, nella politica e nella società. È La settimana collettiva. Noi ci sentiamo la prossima.





















