Sabrina Brizzola è stata eletta nel corso del XVII congresso come nuova coordinatrice nazionale dell’Unione degli universitari (Udu), la più grande organizzazione studentesca del Paese presente in 35 città universitarie. Prende il posto di Alessandro Bruscella e, insieme a lei, nel nuovo esecutivo sono state elette Giulia Papandrea di Pavia, Lucia Ferrante di Viterbo e Elisa Frigeni di Milano.

Brizzola è nata in provincia di Fermo, ha 24 anni e studia Economia e commercio ad Ancona. Milita nell’Udu dal 2022 ed è presidente del Consiglio studentesco dell'Università politecnica delle Marche. “La premessa - spiega - è che purtroppo l'università Italiana è da anni in via di smantellamento e la responsabilità non è solo di questo governo”.

Rispetto a ciò che sta avvenendo nella scuola, però, con le azioni eclatanti di Valditara, se ne parla meno…
Sì, è uno smantellamento che sta avvenendo nel silenzio generale. Difficilmente l’opinione pubblica si concentra sui temi che riguardano l’università e questo permette alla ministra di Bernini di mettere in campo azioni che stanno distruggendo l'università pubblica.

Uno dei temi che più pesano e su cui l’Udu è tradizionalmente impegnata è quello del diritto allo studio, a partire dalla questione abitativa. Qual è la situazione?
In Italia il diritto allo studio non è in grado di garantire pari opportunità a tutti i giovani studenti, essendo sempre più sottofinanziato. Gli oneri vengono scaricati sulle Regioni che devono fornire le risorse necessarie agli enti per il diritto allo studio. Il risultato però è che in questo modo non si riescono a coprire tutte le borse di studio e nasce così la figura dell'idoneo non beneficiario: persone che soddisfano i criteri di reddito e di merito ma che non possono usufruire delle borse. Una situazione che va contro i dettami della Costituzione.

Le stesse università sono sottofinanziate, con la riduzione costante del Fondo di finanziamento ordinario…
Sono tagli che questo ministero sta attuando da anni, ma la narrazione che viene fatta passare è che le risorse stanno aumentando. Ma non è così: si stanno attuando una serie di operazioni per cui questi soldi vengono vincolati e le università non sono autonome, non possono spenderli come vorrebbero o dovrebbero. Il risultato è che molti atenei, soprattutto quelli piccoli e medi del Sud, fanno fatica a chiudere i bilanci. E le conseguenze sono pesanti: aumento delle tasse, taglio di servizi agli studenti e abbassamento della qualità della didattica. Anche di questo però non si parla.

Torniamo al diritto allo studio. L’esplosione delle telematiche si può spiegare anche con i costi degli affitti e degli spostamenti?
Sì, è così. L’aumento del costo della vita e delle rette universitarie fa sì che molti studenti decidano di iscriversi alle università telematiche per risparmiare sui costi che una vita da fuori-sede comporta. Tutto questo però porta con sé una serie di problematiche che minano l'essenza stessa dell'università. L’erogazione dei corsi on-line comporta che gli studenti non incontrano mai docenti e compagni di corso, e non entrano mai in contatto con la ricerca che si fa negli atenei e che è importantissima nel percorso di apprendimento. Poi naturalmente c’è un’altra questione fondamentale: le telematiche sono quasi tutte private, lucrano apertamente sulla formazione degli studenti, sono delle vere e proprie aziende for profit. Insomma la situazione è questa: università pubblica sottofinanziata e porte spalancate ai privati.

Numero chiuso a Medicina. La Bernini ne aveva promesso l’eliminazione, ma in realtà non è stato così. La selezione è stata solo spostata in avanti…
Il modello di accesso con il cosiddetto “semestre filtro” è stato un fallimento. Non lo diciamo noi, ma i 60.000 studenti che lo scorso anno hanno dovuto subire questa vera e propria pagliacciata che si ripeterà quest’anno. E questo nonostante siano stati presentati tantissimi ricorsi, fra cui anche quello collettivo dell’Udu e rispetto al quale attendiamo risposte. Tantissime sono state anche le mobilitazioni in tutto il Paese. Un meccanismo che è stato cambiato in corso d’opera e che ha fatto perdere agli studenti un intero anno accademico agli studenti.

L’Udu è un sindacato studentesco. Con un’università in queste condizioni è facile coinvolgere gli studenti in queste battaglie?
No, non è facile. A pesare è soprattutto una performatività rispetto a tempi e voti che è insostenibile, se si vuole fare anche altro oltre che studiare. Tuttavia negli ultimi anni abbiamo visto che ci sono temi capaci di coinvolgere gli studenti universitari. Tra questi soprattutto la questione palestinese e, appunto, il semestre filtro. Entrambi sono stati in grado di risvegliare una certa coscienza collettiva che ha fatto sentire gli studenti come parte di una grande comunità. Ovviamente noi, come sindacato studentesco, abbiamo la responsabilità di lavorare per sensibilizzare e mobilitare ragazze e ragazzi, pur con le difficoltà di cui si diceva.