In occasione del 120° anniversario della Cgil, il 30 settembre verrà presentata a Milano la mostra “Artisti al lavoro”, un progetto di Camera del Lavoro, Archivio del Lavoro, Fondazione Corrente e Comune di Milano. L’esposizione ripercorre lo sviluppo di un dialogo profondo tra il mondo del sindacato e quello della produzione artistica. Dal 1945 in poi le sale della Camera del Lavoro di Milano sono diventate un laboratorio culturale, accogliendo linguaggi nuovi capaci di parlare direttamente ai lavoratori e di consolidare un legame strutturale tra impegno politico e creazione estetica.

Debora Migliucci, direttrice dell’Archivio del Lavoro, dietro questa mostra c’è una ricerca che affonda le radici nel lavoro certosino di catalogazione di decenni di storia. Come è stata concepita l’esposizione?
Per questa mostra abbiamo fatto un’attività di ricerca molto ampia, partendo dalla documentazione conservata nell’Archivio del Lavoro e allargando poi lo sguardo anche ad altri archivi milanesi. Abbiamo recuperato materiali, documenti e testimonianze, cercando di ricostruire il rapporto tra il sindacato e il mondo dell’arte e della cultura.

Perché è importante indagare oggi il rapporto tra sindacato e arte?
Siamo partiti da un’idea molto semplice: gli artisti sono lavoratori. Pittori, scultori, attori, musicisti sono prima di tutto lavoratori. Non solo: nella storia, in molti casi, gli artisti hanno messo la propria arte a disposizione delle vertenze di altri lavoratori, contribuendo ad allargare il consenso e a dare visibilità alle loro battaglie. Spesso pensiamo all’arte e alla cultura come a qualcosa che nasce soprattutto dal piacere e dalla passione di chi le pratica. Noi invece volevamo ricordare che si tratta di un lavoro, e come tale deve essere pagato, tutelato e rappresentato.

Nel catalogo si legge che “la storia dell’impegno sindacale degli artisti a Milano rappresenta un percorso unico di intreccio tra estetica, politica e rivendicazione sociale”. Come si è evoluto questo rapporto nel tempo?
È cambiato molto, perché sono cambiate le culture di riferimento, il quadro politico e anche quello internazionale. I grandi artisti che crearono il Sindacato nazionale artisti alla fine della Seconda guerra mondiale – penso a Treccani, Mucchi, Steiner, Veronesi, Fumagalli – erano in gran parte legati al Partito Comunista. Avevano quindi l’idea che la cultura fosse anche uno strumento di emancipazione per il movimento dei lavoratori. Il loro essere artisti non veniva considerato semplicemente come un talento individuale: l’arte doveva parlare a tutti. C’era un’idea di società che guardava meno all’individuo e più alla collettività. Questo elemento è rimasto molto forte, grosso modo, fino agli anni Settanta. Poi le cose hanno cominciato a cambiare. È cambiato il mondo dell’arte, sempre più condizionato dal mercato privato e dalle gallerie. L’artista si è trovato a lavorare in contesti sempre più monopolizzati dal mercato. Il bisogno di sindacato, però, non è realmente venuto meno. Ancora oggi, soprattutto tra i giovani artisti, ci sarebbe molto bisogno di rappresentanza. Il problema è che il mondo dell’arte si è fortemente polarizzato: da una parte ci sono i grandi artisti che riescono a vivere del proprio lavoro, dall’altra molti che fanno questo lavoro in condizioni precarie.

In realtà anche negli anni Sessanta e Settanta molti artisti dovevano svolgere un secondo lavoro, anche se oggi la situazione è notevolmente peggiorata.
Esatto. Molti uscivano dalle accademie – a Milano, per esempio, dall’Accademia di Brera – ma per poter fare gli artisti dovevano fare anche un altro lavoro, spesso l’insegnante. Quello che è venuto meno, forse, è soprattutto un certo senso di solidarietà di classe. È un’espressione che magari oggi si usa meno, ma il tema è ancora molto presente.

Da sempre è stato molto evidente il rapporto che la Cgil ha con le arti figurative. Basta guardare le opere presenti nelle sedi del sindacato, a Roma come a Milano e in altre città. Ma il vostro lavoro ha il merito di ricostruire anche il rapporto con altre forme artistiche, come la musica, il teatro e il cinema.
Sì. Se il legame con le arti grafico-figurative è abbastanza evidente – la Cgil nazionale ha anche una curatrice del patrimonio artistico, Patrizia Lazoi – per le altre forme d’arte il rapporto deve essere ricostruito attraverso gli archivi, la documentazione e le testimonianze. Abbiamo scoperto, per esempio, che già dalla fine della Seconda guerra mondiale esisteva un sindacato dei musicisti, inizialmente autonomo e poi entrato nella Cgil, attraverso diverse fasi della sua storia. La stessa cosa avvenne con gli attori. Prima si organizzarono nella Società attori italiani, poi divennero il Sindacato attori italiani. L’acronimo rimase lo stesso, ma cambiarono la forma giuridica e il rapporto con il sindacato confederale. Furono gli stessi attori a scegliere la Cgil come punto di riferimento: Gian Maria Volonté e tanti altri molto famosi all’epoca. Queste realtà sindacali esistono ancora oggi, ma sono confluite nella Slc, il Sindacato lavoratori della comunicazione.

Come Archivio, in che modo cercate di documentare questo dialogo tra arte e sindacato nel tempo presente?
L’Archivio conserva soprattutto materiale storico che arriva direttamente dalle categorie di provenienza. Quello che facciamo, però, è anche raccogliere testimonianze. Per questa mostra abbiamo realizzato una serie di interviste a lavoratori dello spettacolo di oggi, che sono disponibili anche online. Quello che abbiamo riscontrato è la sensazione che soprattutto i più giovani, quelli che si sono avvicinati al sindacato negli ultimi anni, lo abbiano fatto a partire dal Covid. In quel momento è diventato evidente che l’azione collettiva poteva essere una strada fondamentale. Dal punto di vista individuale, infatti, molti di loro si sono trovati senza possibilità: non avevano più rapporti con le case di produzione, non potevano fare spettacoli, suonare nei luoghi pubblici o lavorare. Si sono quindi resi conto che ripensare il lavoro del musicista o dell’attore doveva passare anche dalla contrattazione e dall’organizzazione sindacale.

Come avete lavorato per classificare i materiali provenienti dall’Archivio all’interno della mostra?
Abbiamo analizzato l'Archivio, che comprende circa tre chilometri lineari di documentazione. Tuttavia spesso la documentazione relativa agli artisti è sfuggente: non tutte le categorie hanno conservato i propri materiali e, in alcuni casi, parte della documentazione era rimasta nelle abitazioni dei segretari dell’epoca. Abbiamo quindi allargato lo sguardo, andando in altri archivi milanesi per trovare ulteriore materiale e raccogliere testimonianze di sindacalisti di lungo corso, come Silvano Piccardi, che si occupò della contrattazione per il Sindacato attori italiani. Abbiamo intervistato anche artisti più giovani, come Alessio Lega, cantante e musicista, e Rita Pelusio, attrice. L’obiettivo era proprio capire a che punto siamo oggi.
Chiudiamo con “100 morti sul lavoro”, un’installazione di Gianfranco Angelico Benvenuto realizzata più di dieci anni fa, ma purtroppo ancora estremamente attuale. Perché avete scelto di inserirlo nella mostra?
Abbiamo avuto l’occasione di installare in mostra proprio questa opera di Benvenuto perché esiste a Milano un gruppo di lavoro formato dall’Archivio, dalla Fondazione ISEC, dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e dalla Società Umanitaria, che sta cercando di recuperare le tute che Benvenuto aveva già donato al Comune di Milano e che erano state esposte in centro città. L’idea è quella di trasformarle in un’installazione permanente. Questa mostra rappresenta quindi il primo appuntamento di un progetto che speriamo ci porti, nell’arco di un anno o poco più, alla possibilità di esporre queste tute in alcuni luoghi della città, anche non necessariamente tutte insieme. Il punto è richiamare l’attenzione sul problema della salute e della sicurezza sul lavoro, un tema che ci tocca quotidianamente, perché di lavoro si muore, si continua a morire ed è una cosa inaccettabile per un paese sviluppato, nel 2026

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