I lavoratori migranti in Canada sono a rischio di schiavitù moderna. A rischio di sfruttamento, abusi, maltrattamenti, anche violenze. Nel ricco, avanzato, sviluppato Canada sono sotto ricatto del datore di lavoro, in balia delle sue necessità e pretese.
Ad affermarlo non sono combattivi sindacalisti né grintosi attivisti, ma il relatore speciale dell’Onu sulle forme contemporanee di schiavitù Tomoya Obokata, dopo una visita nel Paese nordamericano. I programmi per i lavoratori migranti, in agricoltura come in altri settori, ha sostenuto, sono un terreno fertile per la schiavitù moderna.
Una legge che tiene in schiavitù
“Questo succede perché la legge sull’immigrazione consente al lavoratore di entrare nel Paese legandolo a un datore specifico, quindi con un permesso di soggiorno ‘chiuso’ – spiega Eugéniè Depatie-Pellettier, direttrice del progetto legale dell’Association for the Rights of Household and Farm Workers del Canada -. Tale meccanismo crea una condizione di schiavitù moderna. Per questo abbiamo avviato una class action e adesso siamo arrivati in tribunale per chiedere che il lavoratore possa cambiare datore, per far riconoscere come diritto fondamentale quello di non esser tenuto in uno stato di servitù”.
Alto rischio di abusi
In Canada i migranti con permesso temporaneo sono ad altro rischio di abusi e violazione dei diritti: dalle ore non pagate fino allo stupro quotidiano, passando per l’impiego di sostanze pericolose per la salute senza precauzioni né protezioni.
“Il problema è che queste violazioni sono sistemiche – continua Depatie-Pellettier -. Anche coloro che hanno posizioni e competenze elevate e stipendi alti, non riescono a far valere i loro diritti. Per questo diciamo che è una condizione generale”.
Rapporto Amnesty sul Canada
Un rapporto di Amnesty International dello scorso anno dal titolo “Il Canada mi ha distrutto: sfruttamento dei lavoratori migranti” analizza l'impatto sui diritti umani del programma canadese per gli stranieri temporanei, che consente ai datori di assumere migranti principalmente in occupazioni a bassa retribuzione.
Secondo il report il programma è strutturato in modo da facilitare violazioni e discriminazioni e la causa è proprio il legame, la completa dipendenza dall’unico datore, che ne controlla lo status di rifugiato e le condizioni, l’alloggio, l’accesso all’assicurazione sanitaria e i mezzi di trasporto.
La maggior parte dei 44 lavoratori intervistati da Amnesty ha riferito di stipendi non pagati e orari di lavoro eccessivi, alcuni hanno raccontato di essere stati vittime di insulti razzisti, altri hanno denunciato aggressioni fisiche da parte dei datori, molti hanno vissuto in alloggi inadeguati, alcuni privi di acqua potabile. Le donne hanno denunciato violenze e discriminazioni di genere.
In discussione la costituzionalità
“Abbiamo promosso una class action generale che riguarda due milioni di lavoratori nel Quebec sulla costituzionalità della norma che lega i lavoratori a datori specifici – prosegue Eugéniè Depatie-Pellettier - e ne sosteniamo un’altra, solo per gli stagionali agricoli a Toronto, che mette in discussione la costituzionalità dell’obbligo per il lavoratore di vivere con il datore. Entrambe sono state autorizzate dalla corte. Si mette in discussione anche la norma che discrimina in base al Paese di origine del migrante: in Canada diamo permessi di soggiorno aperti a italiani, francesi, statunitensi, britannici, quindi di nazionalità che noi favoriamo, mentre le persone che vengono da Messico e Guatemala non hanno accesso agli stessi permessi. Quindi c’è una discriminazione sulla base del Paese di origine”.






















