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Dopo oltre un anno di detenzione in Venezuela, è stato finalmente liberato Alberto Trentini, il cooperante italiano arrestato il 15 novembre 2024 mentre svolgeva attività umanitaria nel Paese sudamericano. L’annuncio della liberazione è stato fatto dal ministro degli Esteri Tajani alle cinque di stamani. Assieme a lui è stato liberato anche Mario Burlò.
"Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia”, scrive Tajani sul social media X: “La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente ad interim Delcy Rodriguez che il governo italiano apprezza molto”.
"Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell'invisibilità, la sua liberazione”. Lo afferma la famiglia Trentini, con l'avvocata Alessandra Ballerini: “Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!”.
La vicenda
Trentini, 46 anni, operatore umanitario per la Ong Humanity & Inclusion, era arrivato a Caracas il 17 ottobre 2024 e si trovava in Venezuela da meno di un mese quando venne fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito, dove avrebbe dovuto portare aiuti alle comunità locali e assistenza alle persone con disabilità. L’arresto è avvenuto senza accuse formali e senza che le autorità venezuelane fornissero spiegazioni ufficiali. Al momento del fermo, inoltre, Trentini non aveva con sé i farmaci di cui aveva bisogno.
Da quel giorno è iniziata una lunga detenzione nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, alla periferia di Caracas, una struttura più volte denunciata da organizzazioni non governative e da Amnesty International per violenze e torture ai detenuti. Per settimane, e poi per mesi, della sua sorte non si è saputo nulla: nessuna comunicazione, nessun contatto con la famiglia, nessuna visita consolare. Solo dopo oltre 180 giorni di silenzio, nella notte del 16 maggio 2025, è arrivata la prima telefonata dal carcere. In quell’occasione Trentini ha potuto rassicurare i familiari sulle proprie condizioni di salute e sulle cure ricevute, un contatto ottenuto – come ha spiegato il governo – grazie a lunghe e complesse pressioni diplomatiche.
A gennaio 2025 Palazzo Chigi aveva assicurato, con una nota ufficiale, che si stavano “attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva”, garantendo “massima attenzione fin dall’inizio”. Successivamente il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli aveva definito la telefonata dal carcere “un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica”. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva contattato la madre di Alberto, Armanda Colusso, per ribadire l’impegno del governo a riportarlo a casa.
Non sono però mancate le polemiche. In occasione del primo anniversario della detenzione, Armanda Colusso, intervenendo in una conferenza stampa al Comune di Milano, aveva espresso tutta la propria indignazione: !Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano. Questo dimostra quanto poco si siano spesi per mio figlio. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare”. Parole dure, poi in parte mitigate dall’appello al silenzio rivolto ai media e all’opinione pubblica: “Ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione”.
Nel frattempo il caso Trentini era rimasto ai margini dell’attenzione mediatica, nonostante gli appelli delle associazioni e le iniziative pubbliche. Solo di recente, in un’intervista alla Cnn, il ministro degli Esteri venezuelano Yvan Gil aveva parlato per la prima volta del cooperante italiano, sostenendo che “i suoi diritti umani non sono violati” e che “c’è una causa in corso”. Dichiarazioni che non avevano dissipato le preoccupazioni, anche alla luce delle condizioni di detenzione e delle limitatissime comunicazioni concesse alla famiglia.
A tenere alta l’attenzione sono state soprattutto le organizzazioni della cooperazione internazionale, come Aoi – Associazione delle Ong Italiane, che ha promosso una petizione per chiederne la liberazione, e numerose personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, insieme ai genitori di Giulio Regeni, che avevano inviato messaggi simbolici ad Alberto in occasione dei 300 giorni di detenzione.
Oggi, con la liberazione di Alberto Trentini, si chiude una vicenda che ha sollevato interrogativi profondi sulla tutela dei cooperanti all’estero e sul silenzio che troppo spesso circonda casi di detenzione arbitraria. Resta l’attesa per il rientro in Italia e per il recupero di una normalità negata per oltre 400 giorni.























