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Il gesto

Il sacrificio di Jan Palach

Ilaria Romeo
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Uno studente di ventuno anni. Una torcia umana. La protesta estrema. Il 16 gennaio 1969 il suo corpo brucia in piazza San Venceslao a Praga. La primavera delle riforme è terminata sotto l'incedere dell'invasione russa

Il 21 agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia entrano in Cecoslovacchia per porre fine all’esperienza della Primavera di Praga, un periodo storico di liberalizzazione politica avvenuto durante il periodo in cui il Paese era sottoposto al controllo dell’Unione Sovietica dopo gli eventi successivi alla seconda guerra mondiale e nell’ambito della guerra fredda. Iniziata il 5 gennaio 1968, quando lo slovacco Alexander Dubček diviene segretario del Partito comunista di Cecoslovacchia, la Primavera termina nella notte tra il 20 e il 21 agosto dello stesso anno con l’invasione da parte dell’Unione Sovietica e degli alleati del Patto.

La stagione delle riforme si conclude bruscamente in quella notte di agosto, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000 soldati invaderà il Paese. Il 16 gennaio dell’anno successivo per protesta Jan Palach, giovane comunista e luterano, si cosparge di liquido infiammabile e si dà fuoco in piazza San Venceslao.  Mentre brucia attraversa la piazza di corsa, viene urtato da un tram e cade. I passanti provano a spegnere le fiamme con i cappotti, senza però riuscire a salvarlo.

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione - aveva scritto - abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. 

Morirà tre giorni dopo. Il 24 gennaio, alla vigilia dei funerali, una folla di circa 350.000 persone fa visita alla salma esposta all’università. Stando alle indagini condotte dalla polizia, il gruppo di “torce umane” di cui Palach scriveva non sarebbe mai esistito, ma numerosi saranno i tentativi di emulazione.

Il più noto di questi fu Jan Zajic, studente presso un istituto per ferrovieri della Moravia, che il 25 febbraio 1969 raggiunge Praga assieme a tre amici cospargendosi di benzina e dandosi fuoco in piazza Venceslao. Prima di Zaijc, il 23 gennaio uno studente ungherese di sedici anni, Sandor Bauer, si era dato fuoco sulla scalinata del Museo Nazionale di Budapest.

“Chissà se era veramente malato Alexander Dubček mentre Jan Palach veniva portato all’ospedale dell’università carolina e poi moriva d’un’agonia cosciente, dolorosissima e senza speranza - scriveva Pietro Soldini - Quell’incontro non ci fu e questo svolgersi delle due vicende umane in universi separati fu il segno d’una doppia sconfitta. Da una parte la sconfitta del sogno, razionale, non utopico, che aveva animato la primavera di Praga, il tentativo di mostrare al mondo, ai popoli ceco e slovacco e a se stessi, i comunisti, che il socialismo poteva essere diverso, più democratico, più libero, più 'umano' come si diceva che fosse diventato il suo volto a Praga, più gentile. Dall’altra parte la sconfitta della misura umana dell’impegno, della politica nella radicalità dei princìpi, quella in cui la lotta per la libertà portata alle sue conseguenze estreme non porta la vita ma la morte”.

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.