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Il personaggio

Madiba, uomo libero

Nelson Mandela, Soweto 17 maggio 2003 
Foto: Photoshot/Sintesi
Ilaria Romeo
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"Non vi è nessuna strada facile per la libertà" ripeteva Nelson Mandela nato 102 anni fa in Sudafrica. Costretto in carcere per quasi trent'anni, una volta diventato presidente riuscì a spezzare le catene dell'apartheid

Presidente del Sudafrica dal 1994 al 1999, premio Nobel per la pace nel 1993, Mandela - il cui nome completo è Nelson Rolihlahla (“attaccabrighe” in lingua xhosa) - è il primo presidente sudafricano non bianco a ricoprire tale carica. Nato a Transkei, in Sudafrica, figlio di un capo tribù, nel 1944 si unisce al Congresso nazionale africano operando attivamente per abolire la politica dell’apartheid stabilita dal Partito nazionale al potere. Processato più volte per le sue azioni, dichiarerà in un'appassionata arringa durante il suo processo nel 1964 davanti alla Corte suprema di Pretoria: “Ho lottato contro il dominio bianco e contro il dominio nero. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera nella quale tutti potessero vivere uniti in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di poter vivere e che spero di ottenere. Ma se necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire”. Condannato all’ergastolo tornerà libero, quasi settantaduenne, solo l’11 febbraio 1990.

Alla liberazione seguiranno le trattative per la transizione democratica del paese, le elezioni, gli anni della presidenza e poi dell’impegno umanitario con la sua fondazione prima del definitivo ritiro dalla vita pubblica. Durante i 27 anni passati in carcere, la fama di Mandela, mai disposto a scendere a compromessi politici come contropartita per ottenere la libertà, cresce in modo costante facendo di lui un simbolo internazionale di resistenza. Il 10 maggio 1994 diventa presidente del Sudafrica. “Lo abbiamo capito ora - dirà nel suo discorso di insediamento - che non vi è nessuna strada facile per la libertà. Lo sappiamo bene che nessuno di noi da solo può farcela e avere successo (...). Il tempo per la guarigione delle ferite è venuto. Il momento di colmare gli abissi che ci dividono è venuto. Il tempo di costruire è su di noi, è il nostro tempo, la nostra ora”. Morirà, serenamente, a Johannesburg, 5 dicembre 2013.

“Quando un uomo ha fatto quello che ritiene il suo dovere per la sua gente e il suo paese - del resto era solito dire - può riposare in pace”. Ai funerali - pochi giorni dopo - parteciperà probabilmente il più alto numero di personalità mai visto nella storia. “Madiba - scriveva la Repubblica - soprannome che deriva dal suo clan di appartenenza, si è spento serenamente nella sua abitazione a Johannesburg, attorniato dai suoi familiari. Tutto il Sudafrica ha seguito con il fiato sospeso i suoi ultimi mesi, punteggiati da quattro ricoveri in ospedale dovuti a infezioni polmonari, conseguenze della turbercolosi contratta nei lunghi anni di prigione a Robben Island. Appena appresa la notizia una folla, fra cui tanti giovani si è radunata sotto la sua casa: molti in lacrime, qualcuno sorridendo nel ricordo di un uomo venerato ormai nel continente africano quasi come un santo.

“Non posso immaginare la mia vita senza l’esempio di Nelson Mandela” - affermava nell’occasione Barack Obama turbato fino quasi alle lacrime - Io sono stato una delle milioni di persone ispirate da Mandela. Mi ha dato l’idea di cosa si può raggiungere quando si è guidati dalla speranza”. “Sono stato ispirato da Mandela”, raccontava l’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Mi disse che erano state centinaia di migliaia di persone ad aver abbattuto l'apartheid, non lui solo. Fui colpito da queste parole. Come è possibile, mi chiesi, che un uomo non si attribuisca i meriti che tutti gli attribuiscono? Dobbiamo imparare da Nelson Mandela per fare in modo che questo mondo sia migliore”. Lo stesso Dalai Lama dirà di “aver perduto un caro amico, un uomo coraggioso, di una integrità incontestabile. Il modo migliore per rendergli omaggio - dirà -  è di lavorare per la pace e la riconciliazione come ha fatto lui”.

Nelson Mandela è una delle due persone di origini non indiane (l’altra è Madre Teresa) ad aver ottenuto il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano nel 1990. Ha inoltre ricevuto l’Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential Medal of Freedom da George W. Bush. Ruud Gullit, allora calciatore del Milan, gli dedicherà il pallone d’oro assegnatogli nel 1987. “Free Nelson Mandela” sarà l’urlo di ogni piazza e di ogni manifestazione durante gli anni della prigionia. Un mantra inarrestabile, una preghiera laica che diventerà l’11 giugno 1988 al Wembley Stadium di Londra un mega-concerto pop rock dalla durata di undici ore organizzato per chiedere la scarcerazione di Nelson Mandela nel giorno del suo settantesimo compleanno, trasmesso in diretta televisiva per un’audience globale di 600 milioni di persone.

“A differenza di Giulio Cesare, Mandela restò nelle sale del potere politico il tempo sufficiente per non vedere il suo nome marchiato dall’infamia della dittatura o da quel tipo di malattia amministrativa e incompetenza che ci troviamo davanti oggi. Come Cesare ha tuttavia vissuto abbastanza per vedere la sua stessa persona diventare un marchio. In Mandela c’è l’icona, l’uomo e, innegabile, il mito”, scriveva di lui il settimanale Mail & Guardian. “Mi preoccupava molto la falsa immagine di me stesso che avevo proiettato - scriveva Madiba in uno dei suoi appunti - Nel mondo ero considerato una sorta di santo ma non lo sono mai stato, nemmeno se per santo si intende un peccatore che continua a provarci”. “Non giudicatemi - diceva - per i miei successi, ma per tutte le volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi”.