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Dopo il coronavirus, quale governo ci aspetta

Dopo il coronavirus, quale governo ci aspetta
Foto: Camera dei deputati, foto di Remo Casilli
Davide Orecchio
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Colloquio con lo storico sul dramma presente e gli scenari futuri. Il ritorno globale di temi prioritari come il diritto alla salute e al lavoro. "Le premesse per un New Deal del XXI secolo ci sono, e sono molto più consistenti rispetto a 10 o 20 anni fa"

Enzo Traverso è uno storico, studioso dell’Europa moderna e contemporanea. Tra le sue opere ricordiamo gli studi sulla guerra civile europea (1914-1945), su totalitarismo e rivoluzione, e il recente Malinconia di sinistra (2017), pubblicato in Italia da Feltrinelli. Insegna alla Cornell University, negli Stati Uniti. L’abbiamo raggiunto via Skype per un’intervista nella quale affrontiamo i seguenti temi: come la pandemia da Covid-19 sta condizionando la corsa alle presidenziali negli Stati Uniti; le prospettive politiche ed economiche globali e le forme di governo che le potrebbero assecondare; le disuguaglianze sociali e la ricostruzione della sinistra; stati di eccezione e “stati permanenti”: come riorganizzare aggregazione e diritti individuali.

… ma la prima domanda, visti i tempi, è obbligatoria. Lei come sta?

Sto bene, grazie. Vivo a Ithaca, una piccola città universitaria della Tompinks County. Qui la situazione è molto diversa rispetto a New York. Finora sono stati dichiarati pochi casi di contagio. Sopportiamo il confinamento con meno fatica rispetto a una metropoli. Il campus è chiuso e tutti i servizi sono fermi. Gli studenti sono andati via, tornati a casa. I corsi riprenderanno online ad aprile. Viviamo nell'incertezza. Ci stiamo avviando verso condizioni di vita che voi in Italia conoscete molto bene.

New York è molto vicina, ed è un focolaio. Come giudica le misure di contenimento prese nello Stato?

Il governatore ha reagito in modo energico e autorevole, va detto. Nutro da sempre molte riserve politiche, molta diffidenza per Andrew Cuomo, ma si sta dimostrando un amministratore competente. Sta diventando sempre più popolare, una specie di antitesi a Donald Trump, che invece ogni giorno non ci risparmia i suoi tweet, le sue dichiarazioni puntualmente smentite dalle istituzioni del sistema sanitario.

Trump sta sabotando la lotta al virus?

 

Usa disuniti come la Ue

Il problema è semplice ma serio: in un sistema federale gli Stati sono vincolati dalle decisioni prese a livello nazionale. Decisioni che possono rivelarsi molto contraddittorie. Ad esempio da tre giorni a questa parte Cuomo non fa che lanciare appelli per recuperare ventilatori che mancano drammaticamente, e non trova molti aiuti. Si sta creando una situazione molto simile a quella dell'Unione Europea, dove, per dire, paradossalmente gli aiuti all'Italia sono arrivati dalla Cina e da Cuba. La Pennsylvania ha dei ventilatori, ma finora (l’intervista si è tenuta il 26 marzo, ndr) li ha rifiutati a New York, che invece ne ha un bisogno estremo. Nel momento dell'emergenza gli egoismi interferiscono e nuocciono reciprocamente. Ma la causa sta nella debolezza dello Stato federale guidato da Donald Trump. Un altro presidente potrebbe coordinare gli aiuti a livello globale. Ma non lui.

(Donald Trump, foto di © Remo Casilli/Sintesi)

Tutti gli appuntamenti sono stati cancellati o rinviati. Ma questo è l’anno delle elezioni presidenziali, e quelle si terranno. Il Covid-19 ha cambiato la situazione?

 

Il paradossale naufragio di Sanders

Sì, e purtroppo non per il meglio. Da quando è esplosa la crisi Trump fa ogni giorno la sua conferenza stampa. Bernie Sanders invece ha perso attenzione. Ogni tanto la Cnn lo intervista, ma c’è una sproporzione di visibilità enorme. La mia impressione è che la campagna elettorale di Sanders sia naufragata. E questo, se ci pensiamo, è un paradosso, perché la crisi è la dimostrazione più lampante che i temi sui quali Sanders insiste sono pertinenti, a cominciare dalla priorità di un sistema sanitario nazionale pubblico, unica condizione perché tutti siano protetti. Joe Biden, nell’ultimo dibattito tra i candidati democratici, non smetteva di ripetere: “Tu hai dei progetti per il futuro, ma c'è una crisi che va affrontata nell'immediato, e io che sono stato vicepresidente ho l'esperienza per farlo”. L’argomento si è rivelato piuttosto efficace. Vedremo se nei prossimi mesi i giovani, che sono il segmento della società più mobilitato al fianco di Sanders, torneranno a impegnarsi. I giovani sono anche i più colpiti da questa crisi, epperò sono quelli che votano di meno. Che dire. Si pensava che Sanders avesse finalmente lanciato un movimento irresistibile, e che l'ostacolo alla sua ascesa fosse “soltanto” l'apparato del Partito democratico. Ma nessuno immaginava che Biden lo potesse fermare. Evidentemente la campagna di Sanders aveva dei limiti che non sono stati valutati in modo sufficiente. Quindi avremo Joe Biden. Contro Trump. Ma con questa crisi è impossibile fare previsioni su quale sarà il risultato delle elezioni.

PER APPROFONDIRE: TRA DEMOCRAZIA E VIRUS, ITALIA LABORATORIO POLITICO

(Mario Draghi, foto di © Luciano Movio/Sintesi)

Proviamo ad allargare lo sguardo. Cosa succederà all’economia mondiale una volta finita la crisi purtroppo lo sappiamo. Interi settori in ginocchio e Pil in caduta verticale. Dunque le grandi questioni “socialiste”, chiamiamole così, sembrano tornare centrali un po’ dappertutto, sicuramente in Europa e in Usa. Ad esempio la priorità della sanità pubblica. La tutela dei lavoratori e dell’economia. Sta mutando il discorso istituzionale anche in sedi e ranghi che non avremmo immaginato. L’articolo di Mario Draghi sul Financial Times, così netto nell’indicare la priorità di difendere il mondo del lavoro, dieci anni fa non l’avremmo forse letto. Ma è difficile immaginare come si uscirà, sul piano sociale e politico, da questa crisi. Aumenterà la disuguaglianza, come accaduto dopo il 2008? Prevarranno soluzioni di destra o di sinistra? C’è il rischio di uno scenario da anni venti e trenta del Novecento? 

 

Un New Deal del XXI secolo

Le vie d'uscita sono due, e sono entrambe possibili al momento. Ricorro a una formula vieta è un po' logora, ma quando si affrontano problemi così epocali, e di portata storica, torna a essere pregnante: l'alternativa è socialismo o barbarie. Quali sono le probabilità dell’uno o dell’altra? Direi 50 e 50. Quindi tutto può succedere. Una volta superata l'emergenza sanitaria, è possibile che un sollevamento sociale rivendichi un cambio di rotta. Il modello neoliberale è fallito e bisogna imboccare una strada diversa. Non dico che si debba riprodurre la situazione degli anni trenta, un conflitto tra bolscevismo e fascismo. Ma abbiamo bisogno di un New Deal del XXI secolo. Le premesse per questa soluzione ci sono, e sono molto più consistenti di quanto non lo fossero dieci o venti anni fa. Sia negli Stati Uniti, dove la campagna di Sanders lascerà comunque i suoi semi. Sia in Francia, dove non credo che Macron riuscirà a legittimarsi come Bonaparte salvatore della nazione, e i movimenti di protesta, dai gilets jaunes alla contestazione della riforma previdenziale, riprenderanno probabilmente spessore. Ma ci sono anche premesse molto solide per un’uscita a destra. Se le élites politiche, la leadership attuale, si dimostrano incompetenti e incapaci di gestire la crisi, andrà così. E uscita a destra, a questo punto, significa non solo riconfermare il modello neoliberale, ma rendere permanente lo stato di eccezione di questa fase. Un liberalismo autoritario è davvero una prospettiva da incubo. Nel pieno della catastrofe, però, vediamo segnali positivi. La mia impressione è che in Italia Salvini sia molto meno visibile e udibile. 

Quindi non vede un pericolo sovranista…

Leggendo i media e la stampa italiana, mi sembra che non ci sia al momento una campagna xenofoba. La gente non si è lanciata a caccia degli untori, e soprattutto non vede i rifugiati, gli immigrati, gli stranieri come la causa del male. Al contrario, persino la destra saluta l'arrivo dei medici cinesi e cubani. Poi vedremo quanto durerà.

(Un'attivista delle Sardine, foto Daiano Cristini/Ag.Sintesi)

Ogni paese sta profilando una propria versione di stato d’eccezione e di emergenza. In una recente intervista (poi superata dai fatti, va detto), lo storico Richard J. Evans ha segnalato le differenze tra l’approccio britannico, più rispettoso dell’autonomia della società e delle libertà individuali, e quello drastico francese e italiano, dettato da una tradizione di maggior presenza e intervento dello Stato. Come sta cambiando il rapporto tra comando e società?

 

Ripensare la politica nel tempo del biopotere

Evans è uno storico che ha scritto opere interessanti sulle epidemie del passato, ad esempio sul colera ad Amburgo, ma la sua diagnosi sulle reazioni alla crisi legate a modelli antropologici e politici diversi non mi convince molto. Il punto comunque, parlando di oggi, è che si tratta di una crisi globale, e la reazione sarà globale. L'opinione pubblica internazionale ha capito che non se ne può uscire con soluzioni nazionali, che è illusorio pensare che un paese possa proteggersi da solo. Tutti devono prendere delle misure. La nozione stessa di stato d'eccezione e di stato di emergenza presuppone implicazioni molto serie. Le misure adottate in Corea del Sud si sono rivelate efficaci, eppure, sul piano della preservazione delle libertà pubbliche, dei diritti individuali e collettivi, sono molto discutibili. Dobbiamo tutti renderci conto che, se oggi abbiamo accettato che è necessario chiudersi in casa, non andare al cinema, non incontrarci per discutere, non fare uno sciopero generale con una manifestazione, questo significa che abbiamo già interiorizzato uno stato di eccezione che mette in discussione libertà fondamentali. In linea di principio queste misure sono tipiche di una dittatura nel senso classico del termine, un potere eccezionale che sospende la legge. Nella situazione presente possono rivelarsi inevitabili, ma sarebbe quantomeno necessario che fossero adottate da un potere legittimo e non attraverso l'intermediazione di multinazionali che raccolgono i nostri dati per poi farne uso. Il nostro problema, a questo punto, è che dobbiamo ripensare la politica in un contesto nuovo, dove le barriere tra biologico, politico e sociale sono crollate. Se gli scienziati hanno ragione, siamo entrati in un nuovo mondo nel quale l'autoregolazione degli ecosistemi è saltata, il che vuol dire che altre epidemie saranno possibili in futuro, e il potere politico si farà “biopotere”, gestirà la nostra vita, anche fisicamente, nel senso foucaultiano del termine. Se questa tendenza è irreversibile, occorre elaborare con urgenza un nuovo progetto di società libera, e di tutela dei suoi settori più deboli, anche ripensando le modalità della discussione, dell’organizzazione e dell’azione politica. È chiaro che tutto questo non si può fare se il tuo unico spazio di intervento pubblico è un balcone. Bisognerà trovare altre forme.

Parafrasando, e banalizzando molto, il suo studio sulla sinistra: non è più tempo di malinconia, ma di azione?

Devo precisare il concetto di malinconia di sinistra che ho cercato di esporre nel mio libro. La malinconia non è né una terapia né una prescrizione per curare la crisi della sinistra. La malinconia è uno degli elementi costitutivi della struttura dei sentimenti della sinistra, è uno stato d'animo che riguarda la sinistra nel suo insieme e, in particolare, una generazione che ha vissuto un altro ciclo storico e altre esperienze. Anziché essere rimossa e censurata, dovrebbe essere riconosciuta e assunta. La malinconia, però, non è assolutamente sintomo o segno di rassegnazione. Non è incompatibile con l'azione e la ricerca di nuove forme di intervento politico. E questo vale anche per l’Italia.

Vede nel nostro Paese spazi di ricostruzione a sinistra?

Forse in Italia più che altrove la sinistra intesa come sistema di rappresentanza politica sta attraversando una crisi profonda. È sotto gli occhi di tutti. C'è bisogno di qualcosa di radicalmente diverso. Ma in Italia esiste un tessuto associativo, una sinistra sociale che non è morta, è anzi piuttosto vivace e dinamica. Non è ancora riuscita a trovare le forme di una nuova organizzazione di rappresentanza politica. Ma va detto che è molto difficile. Basta guardare alla Spagna di Podemos, ancora a Sanders, per non parlare del Labour britannico. La ricerca di un’alternativa non è affatto semplice e non è una strada che proceda in linea retta. È un processo tortuoso, contraddittorio, nel quale devono convergere energie, esperienze, idee diverse che fino ad oggi non hanno avuto l'abitudine a dialogare e lavorare insieme. Si tratta di unire la sinistra dopo l'emergenza sanitaria, in un paesaggio profondamente mutato.