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Il clima è cambiato. E non si tratta più di sfumature. Il rapporto tra Confindustria e governo entra in una fase nuova, più esplicita e politica. A segnare il punto di increspatura è una sequenza di atti e dichiarazioni che, messi insieme, raccontano una relazione sempre più tesa. Dalla gestione di Transizione 5.0 al decreto fiscale, fino alle scelte di politica economica, la distanza tra Palazzo Chigi e viale dell’Astronomia si allarga.
L’ultimo fronte riguarda proprio il piano Transizione 5.0. Confindustria ha parlato di “forte preoccupazione” per la mancanza di risorse destinate agli esodati e ha chiesto “una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”. Una presa di posizione netta, accompagnata dalla richiesta di un confronto urgente con i ministri Giorgetti, Urso e Foti. Il governo ha replicato convocando un tavolo per oggi, primo aprile. Ma il dato politico resta: la fiducia viene evocata perché è percepita come in bilico.
A rendere il quadro ancora più critico è il decreto fiscale appena pubblicato in Gazzetta ufficiale. Qui la bocciatura degli industriali è senza appello. “Il decreto introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese”, denuncia Confindustria, puntando il dito contro il taglio del 65 per cento del credito d’imposta 5.0 per le prenotazioni effettuate tra il 7 e il 27 novembre 2025. Non solo, il provvedimento esclude investimenti in rinnovabili ad alta efficienza, come alcuni impianti fotovoltaici, che le imprese erano state incentivate ad acquistare.
Il risultato, secondo la confederazione, è pesante. “Penalizza le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025” e rischia di aggravare problemi di liquidità in una fase già complessa. Ma soprattutto mina qualcosa di più profondo: “Non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni”. Un passaggio che suona come un atto d’accusa politico, oltre che economico.
Dal canto suo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendica la necessità di scelte difficili. Dal recente Forum Teha di Cernobbio ha parlato di “uno choc esterno paragonabile in termini prospettici a quello della crisi in Ucraina”, riferendosi alle tensioni internazionali e al blocco dello Stretto di Hormuz. Da qui la necessità di rivedere le priorità. “Dobbiamo capire chi dobbiamo aiutare”, decidendo se destinare le risorse agli esodati di Transizione 5.0, alle imprese energivore, al trasporto o al taglio delle accise.
È qui che emerge il nodo politico. Il governo rivendica il realismo delle compatibilità, le imprese chiedono coerenza e stabilità delle regole. Due logiche che si incrociano ma sempre più faticano a trovare un punto di equilibrio. Perché il problema non è solo la quantità delle risorse, ma la prevedibilità delle politiche. E senza prevedibilità, gli investimenti rallentano.
La sensazione, ormai, è che la stagione della sintonia iniziale sia alle spalle. Non una rottura definitiva, ma una relazione entrata in una fase più conflittuale. Confindustria alza la voce, il governo difende le scelte, mentre l’economia reale resta sullo sfondo, tra crescita debole e incertezze globali.























