Un allarme che attraversa tutta la filiera chimico-farmaceutica. Il gruppo Teva Pharmaceutical Industries, con sede a Tel Aviv, accende i riflettori su una possibile nuova crisi industriale nel nostro Paese. A essere coinvolti sono i siti della divisione principi attivi Tapi, da Villanterio a Caronno Pertusella, passando per Santhià e Rho.

Il segnale più grave arriva proprio da Villanterio, in provincia di Pavia. Qui gli ordinativi sono crollati del 40% e le commesse attuali garantiscono lavoro solo fino a luglio 2026. Dopo, il vuoto. Nessuna prospettiva, nessuna indicazione su nuove produzioni. Una situazione che, di fatto, mette lo stabilimento in bilico.

Dati in rosso anche negli altri stabilimenti

Il problema non è circoscritto a un solo sito. A Santhià la produzione è scesa al 10%, mentre a Rho si ferma al 20%. Numeri che raccontano un rallentamento diffuso e strutturale, non una difficoltà temporanea.

Durante l’incontro con la direzione aziendale, Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno ricevuto un’informativa che conferma un piano globale di contenimento dei costi. Un programma che, però, rischia di tradursi in un ridimensionamento pesante della presenza industriale nel Paese.

Il sospetto: preparare una vendita

I sindacati non usano mezzi termini. Denunciano una strategia già vista: ridurre costi e struttura per rendere più appetibile sul mercato la divisione Tapi. In altre parole, preparare una possibile vendita.

Dal 2017 a oggi il gruppo ha già chiuso quattro siti in Italia, con circa mille lavoratori coinvolti. Un precedente che pesa e che rende ancora più credibile il timore di un nuovo smantellamento. Sullo sfondo resta la questione dei dividendi: l’accusa è che le scelte industriali vengano orientate più dagli interessi degli azionisti che da una visione produttiva.

Stop al confronto senza garanzie

In questo quadro, le organizzazioni sindacali hanno deciso di bloccare il confronto sul rinnovo dell’accordo integrativo limitato alla parte normativa. Una scelta politica, prima ancora che tecnica. Senza garanzie su occupazione e salario, spiegano, non ha senso aprire tavoli parziali. Il rischio è legittimare un percorso già scritto, in cui il lavoro diventa variabile di aggiustamento.

Il prossimo passaggio è fissato per fine aprile, quando l’azienda presenterà il piano industriale. Sarà quello il momento della verità: capire se i siti italiani resteranno aperti e con quali prospettive. Nel frattempo, i sindacati annunciano assemblee in tutti gli stabilimenti e il coinvolgimento delle istituzioni locali e nazionali. L’obiettivo è chiaro: fermare sul nascere una nuova crisi occupazionale in un settore strategico.