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Eventi

Un altro mondo è ancora possibile

Foto: Seattle Municipal Archives 
Ilaria Romeo
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In marcia contro il potere globalizzato e capitalista. A Seattle, il 30 novembre del 1999, manifestano migliaia di persone: ragazze e ragazzi, uomini e donne di mezza età, anziane e anziani, cittadini comuni, organizzazioni non governative, movimenti ambientalisti e sindacati inondano le strade della città

È il 30 novembre del 1999 quando a Seattle migliaia di persone si riuniscono davanti al luogo della conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio che sarebbe servita a ridefinire e rinnovare i rapporti commerciali internazionali attraverso un insieme di accordi finalizzati a un’ulteriore liberalizzazione degli scambi (in agenda, l'abbattimento delle barriere doganali per le merci provenienti dai Paesi ricchi).

Ragazze e ragazzi, uomini e donne di mezza età, anziane e anziani, cittadini comuni, organizzazioni non governative, movimenti ambientalisti e sindacati inondano le strade della città. Marciano insieme contro il potere globalizzato e capitalista, bloccano le strade, si scontrano brutalmente con la polizia. Non succedeva da decenni. Lo slogan più gridato è "Un altro mondo è possibile".

I protagonisti della protesta

Fra gli organizzatori delle proteste c’è un po’ di tutto: “Sindacati preoccupati dalla competizione sleale dalla manodopera straniera a basso costo - scriveva l’economista Noah Smith - ambientalisti critici verso la pratica di dare in appalto le lavorazioni inquinanti, gruppi di protezione dei consumatori preoccupati dalle importazioni che violavano gli standard di sicurezza, attivisti per i diritti dei lavoratori turbati dalle cattive condizioni di lavoro negli altri paesi, e attivisti di sinistra di varie sfumature interessati a sfogare la loro rabbia contro il capitalismo” (nella battaglia di Seattle fanno la loro comparso anche i black bloc, non ancora noti con quel nome - il Washington Post li definirà “persone che indossavano indumenti neri e maschere da sci”).

“A bloccare le strade - riportava l’Unità il giorno successivo - non sono stati soltanto i trattori, i mille gruppi verdi e ambientalisti, i giovani travestiti da tartarughe marine e quel capopolo arrabbiato Josè Bové, il francese che ancora una volta ha sfidato le leggi americane distribuendo il pregiato Roquefort e ha avuto pure la sfortuna d'indietreggiare davanti alle telecamere rompendo una finestra a fianco dell’odiato McDonald’s. C’era un bel pezzo d’America dietro gli striscioni dell’Alf-Cio. E c’era un bel pezzo d’America nei variopinti blocchi stradali vigilati da fiumi di poliziotti in assetto di guerriglia urbana”.

Il Wto e la madre di tutte le proteste

“Seattle è sotto assedio - scriverà anni dopo Federico Rampini - Un summit tra capi di Stato deve varare i nuovi negoziati mondiali sulla liberalizzazione degli scambi. Protagonista è la World Trade Organization (Wto), Organizzazione del commercio mondiale, arbitro e cabina di regia della globalizzazione. Ma a Seattle converge la “madre di tutte le proteste” (…) in una serie di cortei dove si fondono i sindacati operai, le ong ambientaliste, i primi black-bloc. Irrompe sulla scena il movimento no-global. Il vertice finisce nel caos: molti leader dei governi assediati negli alberghi non riescono neppure a raggiungere il centro congressi, avvolto in nuvole di lacrimogeni, le forze dell’ordine sono sopraffatte. Quel giorno viene scritto un copione che si ripeterà in molti summit successivi, raggiungendo l’apice al G8 di Genova nel 2001”.

Genova di Carlo Giuliani, dei lacrimogeni, degli spari, delle violenze, del sangue. Genova della Scuola Diaz.