“Tu guardi prima di tutto alle cose che puoi fare insieme agli altri, e poi a quelle che puoi fare tu. Ma ogni tanto devi chiederti chi sei. Livia me lo diceva sempre”. Manlio Milani ha 88 anni, i suoi occhi chiari, limpidi come acqua di montagna, sono ancora quelli di 52 anni fa. Ascoltarlo mentre si racconta vuol dire sentirsi chiamati a essere testimoni attivi di una storia che si è fatta memoria. Da quel 28 maggio 1974, Manlio Milani non ha mai smesso di raccontare la strage di Piazza della Loggia. Ha fondato la Casa della Memoria di Brescia, ha battuto il paese in lungo e largo per parlare di quegli anni, è diventato protagonista di un documentario che imprime sulla pellicola le sue parole più importanti.

“La Loggia del silenzio - Manlio Milani, memoria di una strage”, è un film di Daniela Preziosi, Tommaso D'Elia, Simone Pallicca ed Elena Caronia, che riflette sull'attentato neofascista di Piazza della Loggia attraverso il punto di vista di uno dei suoi principali protagonisti. Incontro Manlio Milani proprio in occasione della proiezione a Roma, presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati.

Il 28 maggio del 1974, Manlio sta arrivando in piazza insieme a sua moglie, Livia Bottardi Milani, ma lui si ferma qualche passo indietro, a salutare un amico. Livia prosegue, poi si volta, si scambiano uno sguardo, e subito dopo lo scoppio. “Perché io sono sopravvissuto?”, è la domanda che tormenterà Manlio fin dalle prime ore subito dopo la tragedia. E proprio in questa domanda troverà il senso della sua nuova vita. Nel giorno dei funerali delle vittime la piazza si riempie, le organizzazioni sindacali sono protagoniste di una grande reazione democratica al terrore. In quell’occasione, Manlio comincia a darsi la risposta che lo accompagnerà per tutta la vita: “Sono sopravvissuto alla perdita per ricordare. E per trasformare il ricordo in memoria”.

Se il primo, infatti, è il risultato del vissuto personale legato alla mancanza, la seconda è il frutto di un impegno collettivo che porta a un’azione condivisa: la memoria che si fa atto politico. Manlio trova la forza di reagire alla violenza gratuita, come lui stesso la definisce: quella che ti spiazza, ti annichilisce. “Io sento soprattutto di aver agito con tanti altri – commenta, ricordando ciò che gli diceva sua moglie – perché quegli anni erano così. Era un tempo di grandi speranze, in cui la solidarietà era una forma di identità. All’indomani di Piazza della Loggia l’antifascismo, che per noi era stato un punto di arrivo, divenne un nuovo punto di partenza”.

Eppure tuttora c’è chi si rifiuta di riconoscere questa storia. “Mi piacerebbe accompagnare la presidente del Consiglio per le strade di Brescia, lungo il percorso del Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica – confessa Milani -. Un lungo viaggio nel tempo, che va da Portella della Ginestra ai giorni nostri. Nessuno escluso”. Come sottolineato dal protagonista, il nostro Paese continua a fare i conti con una “memoria disturbante”, che affonda le sue radici nei depistaggi – il primo capo di imputazione al processo non fu per strage ma per delitto comune - per arrivare fino alla pratica politica del mancato riconoscimento (A Brescia, Giorgia Meloni non ci è mai andata).

A 52 anni dalla bomba in Piazza della Loggia, e nonostante alcune condanne definitive, il percorso della giustizia non può ancora dirsi pienamente concluso. Manlio Milani si lascia andare a una confidenza: “sono un po’ stanco, ho raggiunto degli obiettivi, è venuto il momento di fermarmi”. Ma forse non è del tutto vero. Abbiamo ancora bisogno di sentirci ricordare che la violenza ha una logica precisa: “l’esclusione dell’altro, e dunque la messa in discussione della stessa democrazia”.

Prima di salutare, Milani ci ricorda che il dialogo tra memoria e storia è l’unico antidoto, e cita il grande fotoreporter polacco Ryszard Kapuściński: “Impariamo a guardare da vicino le gocce di rugiada, perché ci dicono che dentro ogni goccia c’è l’universo”.

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