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Chiude la storica libreria Tarantola di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, un presidio culturale per la città da ormai 80 anni nella piazza del Rondò, in pieno centro. La data fissata è il 30 aprile. Una libreria che non è mai stata solamente un negozio: "è stata uno straordinario luogo di incontro. Presentazioni di libri, dialoghi con autori, consigli di lettura “dal libraio” hanno costruito nel tempo un legame profondo con la comunità.
Un presidio culturale quotidiano, tanto più prezioso oggi perché rappresentava una forma di vita associativa in un contesto territoriale complesso, come più volte denunciato dai comitati di cittadini”, come afferma Francesco Fedele, coordinatore zona nord Sesto-Bovisa della Cgil, che in queste parole descrive esattamente quanto rappresenta la libreria tarantola per Sesto San Giovanni, ma anche per i Comuni limitrofi che qui hanno sempre avuto un punto di riferimento per i lettori.
La voce del libraio
Abbiamo intervistato Giorgio Tarantola, proprietario della libreria insieme al padre Giorgio, il quale ci fa capire come la decisione della chiusura sia frutto di un cambiamento della fruizione della cultura avvenuto negli ultimi anni.
“Ogni anno devo investire in modo importante, devo acquistare tanti libri, centinaia di migliaia di euro di libri, con costi fissi che ogni anno so di avere, ma sino a ora potevo investire sapendo avendo una discreta ottimismo sul futuro - dice Tarantola – . Adesso invece sta cambiando tutto molto rapidamente, stanno stanno cambiando le abitudini di consumo, le modalità di acquisto, le possibilità di reperire contenuti”.
Il libraio quindi esemplifica: “Chi comprerebbe adesso un vocabolario quando con ChatGPT non solo si trova la parola, ma si possono fare intere traduzioni? Lo stesso si può dire per l’acquisto di un manuale, perché ora in rete possiamo trovare decine di tutorial, e per le guide in caso di viaggi".
Tarantola pensa anche alle librerie più piccole, lui è proprietario dei muri del suo esercizio, ma c’è chi deve pagare un affitto al quale poi deve sommare il costo dei dipendenti i dipendenti, che “si aggira attorno ai 7500 euro al mese, il costo gestionale, 1000 euro, il commercialista, altri 1000. Con tutte queste spese basta un attimo di rallentamento per causare un cataclisma e indebitarsi”.
La libreria si è sempre posizionata in una fascia alta di fatturato delle librerie italiane, ma tutto cambia molto più rapidamente che nel passato: “Per prendere la decisione di chiudere un tempo si guardavano i segnali di un anno, due, o tre, e c'erano scostamenti lenti, ora non è più così. Ho 57 anni, la libreria è il frutto del lavoro di una vita, mia e della mia famiglia, e, proprio per i motivi che ho detto, non posso fare delle previsioni da qui a dieci anni, perché non so nemmeno se tra due anni il mondo del commerciò sarà ancora simile all’attuale”.
Giorgio tarantola e il padre avevano da tempo ricevuto un'offerta molto importante per affittarla e ora hanno deciso che è giunto il momento, nonostante non manchi la disposizione e investire e “guadagnare magari anche meno degli altri anni”, ma adesso non possono più parlare di rischi, ma di certezza che le perdite supererebbero gli investimenti.
Come un’epidemia che segna il nostro tempo
Il nostro libraio non può esimersi dal citare il caso della libreria Hoepli di Milano, che sta vendendo tutto, “pure avendo le spalle molto larghe. Ma non è un caso isolato, prima ancora c’erano state le librerie Garzanti, Paravia e la Duomo”, senza contare che negli ultimi anni in Italia hanno chiuso i battenti molte centinaia di librerie.
"Anche se facciamo finta di non vederlo, sta accadendo quanto abbiamo già visto con i cinema. Il modo di fruire dell’intrattenimento cambia rapidamente e anche se sono state fatte leggi come quella sui fondi alle biblioteche affinché comprassero dei libri nelle librerie, o l’istituzione della Carta del docente, il bonus per i diciottenni, la carta della cultura, il cambiamento non si ferma”.
Libri e Spritz? No grazie
Circa i “caffè letterari” per attirare un pubblico più vasto in libreria, Tarantola si dice scettico, li definisce “un’idea molto romantica”, ma che non non funziona, e con un certo spirito ci ricorda che “chi vuole andare in libreria vuole trovare lì tanti tanti libri, bei libri, e chi vuole un caffè, un buon caffè, non può trovarlo in quello fatto da un libraio. E poi una cosa che trovo veramente retorica e stucchevole sono gli appelli che fanno anche tanti scrittori dove dicono “sosteniamo il libraio, il libraio è un eroe”: io non voglio essere un panda”.
"Le librerie – aggiunge – devono stare in piedi perché la gente le frequenta, perché alla gente piace andare in libreria, e a parole a tutti piace andare in libreria, poi, alla fine, quando si è in casa, è facile fare click e farsi arrivare il libro a domicilio il giorno dopo o immediatamente nel caso degli e-book”.
“Ho preso una decisione emotivamente straziante, (condividiamo il sentimento noi lettori che “da Tarantola” ci andavamo spesso e anche molto volentieri, ndr). Ho deciso di mettere fine a una storia iniziata dalla mia famiglia 160 anni fa e ho dovuto pensarci per almeno 2 anni. A un certo momento ho dovuto accettare che cambino le cose”, conclude Giorgio Tarantola.
Il territorio
Tornando alle parole di Francesco Fedele si allarga la visione: “La chiusura della libreria Tarantola assume anche un valore simbolico, che lega la fine dell’epoca industriale della “Sesto operaia” a una certa idea di cultura di prossimità".
La Tarantola si trova inoltre “in una zona abbastanza fragile, vicino alla metropolitana, una zona dove c'è microcriminalità diffusa ed è anche per questo – dice il sindacalista – che considero questa chiusura una ferita, perché scompare uno spazio di relazione. Sesto San Giovanni perde un altro pezzo”.
Fedele coglie quindi l’occasione per dire che “mentre in questa città si sta discutendo di reindustrializzazione, o meglio di rigenerazione urbana, ho lanciato l'idea che nei nuovi spazi, nei nuovi quartieri, il tema del tessuto culturale diffuso va ripreso in mano. Qui c'è stato un forte cambiamento politico soprattutto negli ultimi anni”, perché la città è passata dall’essere la Stalingrado d’Italia ad avere un governo di centro destra, poco attento ai processi culturali.
“Difendere i presidi culturali esistenti, come lo è sempre stata la libreria Tarantola, e aprire una riflessione seria su questa frattura nella memoria urbana è una responsabilità collettiva”.



























