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Anna Maria Selini è giornalista professionista freelance specializzata in aree di crisi, che ha realizzato reportage in Kosovo, Tunisia, Cuba, Cipro, ma soprattutto in Israele, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Tra i suoi documentari “La guerra dei giornalisti” e “Bambini senza pace”, tutti contenuti nella serie podcast “Palestina Israele”, prodotta da Altreconomia, con cui collabora dal 2020, ed editore per il quale è ora autrice di Caro Vik ti scrivo. Lettere e reportage da Oslo a Gaza (pp. 224, euro 18), con le illustrazioni di Gianluca Foglia Fogliazza. Selini sceglie la forma epistolare per rievocare Vittorio Arrigoni a 15 anni esatti dalla morte, da lei già ricordato in Vittorio Arrigoni, ritratto di un utopista (Castelvecchi, 2019). Ora in questo nuovo libro cerca di capire cosa è accaduto e cosa stia ancora accadendo non solo a Gaza, in queste ore in cui si parla di disarmo di Hamas, e del possibile ritiro di Israele dalla Striscia.
Partirei dal titolo, dato che “Vik” si riferisce a Vittorio Arrigoni, in un libro pubblicato a 15 esatti dalla sua morte a Gaza.
Ho deciso di pubblicare questo libro per tanti motivi, e di scrivere delle lettere a Vittorio 15 anni dopo il suo omicidio (aprile 2011) perché per chi si occupa di Israele e di Palestina è un riferimento, aveva già detto e capito tutto ma non era stato capito fino in fondo, e venne accusato di antisemitismo, di essere troppo “militante”, esagerato, di dire cose eccessive: forse le aveva soltanto dette troppo presto, e noi non eravamo pronti a comprenderle, non ne sapevamo abbastanza.
Poi c’è dell’altro…
Sì, sentivo anche il desiderio di incuriosire i giovani, evocandolo. Mi è capitato di incontrare ventenni che non sanno chi sia Vittorio Arrigoni, ma conoscono il suo motto “Restiamo umani”; le sue parole gli sono sopravvissute, nelle manifestazioni, o dove i diritti vengono violati, ed è un’espressione tradotta in tutto il mondo. Ecco, oltre cosa volevo si sapesse chi ci fosse dietro questo motto, un motto coniato per la Striscia di Gaza, secondo lui la madre di tutte le ingiustizie. Da ultimo, ho sentito il bisogno di scrivergli per il momento storico che stiamo vivendo, e una lettera è qualcosa di diretto, da inviare come se il destinatario ci fosse ancora, per raccontare quanto accade a un amico lontano. D’altra parte, Vittorio e io ci siamo conosciuti proprio a Gaza.
Tra le pagine si alternano interviste (da Ilan Pappé a Hilde Waage), reportage e riflessioni, anche personali, anche sulla tua professione. Come è stato costruito?
Pensavo al mio percorso professionale degli ultimi anni, al ritorno in Palestina dopo la morte di Vittorio: l’ultima era stata nel 2012, per ricostruire quello che gli era accaduto. Poi sono tornata prima del 7 ottobre, quando era difficile trovare spazi d’informazione sul tema. Per questo il libro parte dai 30 anni dagli accordi di Oslo, e racconto le cose e le persone più interessanti che mi sono capitate, cosa ho visto sul campo, come mi sento.
E come ti senti oggi?
Sono anni difficili per tutti noi. C’è una quantità tale di eventi storici, e una violenza a cui non eravamo più abituati. Da qui il bisogno di fermarsi, di riflettere, e nell’epoca dell’A.I. scrivere delle lettere è anche questo. Per me inoltre si aggiunge anche la grande messa in discussione del mondo del giornalismo: l’ultimo esempio è la polemica di questi giorni sulla violenza dei coloni in Cisgiordania, nel servizio televisivo chiamati “escursionisti”… Ecco, tra le tante cose Gaza ci ha messo di fronte anche a una critica dell’informazione, italiana e occidentale, tanto da chiedersi che senso abbia continuare a cercare di dar notizie, quando la realtà viene travisata dai media mainstream. Nel libro c’è quindi anche questo aspetto più personale di smarrimento, che credo tutti noi, ciascuno nel proprio settore, o nella propria vita, stiamo vivendo: dove siamo, che cosa ci sta succedendo? In questo senso Gaza è uno specchio rivolto verso di noi, verso il diritto internazionale, verso i nostri governi, la nostra Costituzione. Gaza è il simbolo di tante cose.
Possiamo ricordare cosa prevedevano gli Accordi di Oslo, e che fine abbiano fatto?
Non erano degli accordi di pace ma una road map, una promessa, o un’illusione, di pace. Un percorso che sarebbe dovuto durare 5 anni, al termine del quale giungere a un accordo. Si è trattato del momento storico più vicino alla soluzione dei due Stati, sebbene Rabin non avesse mai parlato di questo, ma della restituzione graduale dei territori occupati, delle grandi città dell’area della Cisgiordania, e la nascita dell’ANP. Poi Rabin viene ucciso nel novembre del 1995, proprio per aver siglato la “seconda fase”, come confermato dal suo stesso assassino Yigal Amir, membro della destra ebraica più radicale. Da qui la seconda intifada, e in seguito tutto è rimasto sepolto, per quanto alcuni passaggi dell’accordo restino in vigore. Negli ultimi anni, negli ultimi mesi, la pietra tombale è rappresentata dalle annessioni dei territori della Cisgiordania, con una legge recentissima che ha modificato il sistema di gestione delle terre: ora lo Stato israeliano può requisire terre palestinesi anche nella cosiddetta “Area B”, mentre l’“Area C” resta palestinese ma è gestita dagli israeliani, e ormai è terreno quotidiano delle azioni dei coloni, in maniera sempre più violenta.
Nel libro sono molto presenti i bambini palestinesi, anche attraverso le illustrazioni di Fogliazza. Vogliamo “definire bambino” a Gaza, rispondendo a una tra le più vergognose dichiarazioni di questi ultimi anni?
Paradossalmente è la migliore definizione di quanto accade a Gaza, una disumanizzazione talmente atroce che non si distinguono più nemmeno i bambini dai palestinesi “adulti”, dai “gazawi odiatori” che vogliono solo distruggere Israele. Ma per i bambini non è così, neanche dalla parte di Israele. Nel libro l’infanzia è qualcosa di costantemente violato anche per i bambini israeliani, che si sentono dire sin dall’asilo che da grandi saranno soldati, violenti e armati. Ma questa è la negazione all’infanzia, del diritto al gioco, alla spensieratezza.
Si può ancora sperare in un esito positivo, giusto, per la terra di Palestina? Si può ancora “restare umani”?
Non lo so. Se allarghiamo lo sguardo, la direzione che sta prendendo il mondo è molto brutta in tanti posti, ma la speranza deve continuare a esistere. Quello che mi hanno insegnato i palestinesi e alcuni israeliani è che proprio quando te ne vorresti andare, devi rimanere. Questo è il vero significato del “restare umani”: e soprattutto noi, che non viviamo lì, ciascuno con i propri mezzi deve testimoniare e continuare a credere in qualcosa di migliore. Vik diceva che non è necessario accendere la pipa davanti a un carro armato israeliano, come faceva lui, ma non voltarsi davanti alla violazione di qualsiasi diritto, in qualsiasi luogo, e di questo bisogna contagiarsi a vicenda. Per restare umani.























