Non si placa la polemica per l’esclusione di Roberto Saviano dalla Buchmesse, la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, in programma dal 16 al 20 di ottobre prossimi. Dopo l’intervento del direttore Juergen Boos, che inviterà lo scrittore grazie agli editori tedeschi, la posizione sostenuta dal commissario straordinario del governo Mauro Mazza che ora ha provato a fare marcia indietro, ricevendo il rifiuto da parte di Saviano, continua a non convincere la comunità letteraria italiana, mentre aumentano le defezioni in vista della trasferta nella città tedesca, che da 76 anni ospita il più importante evento internazionale per lo scambio dei diritti d’autore, punto di riferimento per gli editori di tutto il mondo, con espositori provenienti da oltre 120 Paesi. Ne abbiamo parlato con lo scrittore Paolo Di Paolo, tra i primi a criticare la scelta di non invitare Saviano alla manifestazione.

Come mai hai sentito l’esigenza di prender subito posizione dopo l’esclusione di Roberto Saviano da Francoforte?
Partiamo da qui: ogni scrittore e scrittrice si nutre di ambizioni e aspirazioni, e nel caso della Fiera di Francoforte cento invitati sono anche pochi per rappresentare tutto il multiforme panorama della narrativa italiana. Qui però c’è un altro elemento da considerare.

Quale?
Che non stiamo parlando degli invitati a una Fiera qualunque, in un periodo qualunque, ma si tratta di un’occasione che non capitava da decenni: l’Italia ospite alla Buchmesse di Francoforte, ritenuta dagli addetti ai lavori la più importante Fiera del libro. Una vetrina che il nostro mondo letterario non può permettersi di perdere, e che già nei mesi scorsi aveva fatto registrare incidenti di manovra, passando da un primo a un secondo commissario, dimostrazione che l’evento è fondamentale, e andava preparato nella maniera dovuta.

Può essere l’occasione per dare nuova linfa al contesto letterario nazionale?
Assolutamente, anche perché l’Italia potrebbe fare molto di più. D’istinto mi viene in mente la differenza rispetto all’Islanda, una realtà letteraria linguisticamente non così diffusa. Eppure basta aprire un libro dell’editore Iperborea per vedere come questo Paese lavori agli incentivi e alle traduzioni di autori e autrici. In questo senso noi siamo indietro su ogni fronte, e un appuntamento come Francoforte può essere decisivo per rilanciare lo spazio della letteratura italiana nel mondo.

Il commissario straordinario, Mauro Mazza, dice però che siamo ben rappresentati, e che bisogna far conoscere nuovi scrittori…
Prendiamo Elena Ferrante. Oggettivamente oggi si trova al primo posto tra le scrittrici italiane più conosciute al mondo. Frequentando gli Istituti italiani di cultura ci si rende conto di questo, e molte tesi di laurea vengono dedicate ai suoi libri e alla sua scrittura. Elena Ferrante è anche una tra le poche in questi anni ad aver abbattuto il muro impermeabile degli Stati Uniti, non accadeva dai tempi di Umberto Eco, di Italo Calvino, Antonio Tabucchi. Sono passati circa quattro decenni.

Quindi?
Questo per dire che se sei un commissario non puoi argomentare l’esclusione di Saviano affermando di voler far conoscere nuovi voci, o le proposte degli editori. In eventi di questo tipo si parte da un punto: chi sono gli scrittori che hanno riconoscibilità e sono tradotti nel mondo, come appunto Elena Ferrante. Ecco il motivo per cui tra i cento italiani a Francoforte c’è Dacia Maraini, insieme a Claudio Magris e Alessandro Baricco. Piacciano o no, sono gli scrittori più conosciuti al mondo, e in un’occasione del genere devi soprattutto farti rappresentare da loro.

Si potrebbe obiettare che in questo modo si obbedisce soltanto alle leggi del mercato.
E non è l’obiezione giusta, secondo me, perché in questo caso non è soltanto il mercato a dettare legge. Se pensiamo a Claudio Magris, i suoi testi non sono tra i più tradotti, ma nessuno può discutere il suo valore e il suo percorso di scrittore negli ultimi decenni di letteratura in Italia. E qui arriviamo a Roberto Saviano.

Prego.
Se siamo d’accordo che questi siano i parametri da tener presenti per l’Italia quale paese ospite a Francoforte, allora Saviano possiede tutte le credenziali. E se ci sono Maraini e Magris come testimoni della storia della nostra letteratura, Baricco a rappresentare la generazione di mezzo, con l’esclusione di Saviano viene a mancare proprio un pezzo di questo quadro.

C’è chi dice che Saviano sia più giornalista che scrittore…
Ma in Germania, e a Francoforte, lo conoscono più come scrittore che come giornalista… Inutile girarci intorno, a me pare ci si trovi di fronte all’ennesima situazione in cui c’è qualcuno che ha paura delle idee, e cerca di essere più realista del re. Dimostrando, come già nel caso di Scurati, di non avere spalle sufficientemente forti, e una certa chiusura mentale.

Censura?
Piuttosto direi un atteggiamento nel quale si ritrova qualcosa di infantiloide e stizzoso, come fosse una ripicca, come a dire: adesso ci siamo noi, e ci riprendiamo il nostro spazio. Che poi, anche su questo vorrei capire meglio.

Cosa?
Questo fantomatico spazio da riequilibrare, da restituire alla destra, a chi dovrebbe essere restituito, per la precisione? I nomi che si fanno sono sempre gli stessi: Marcello Veneziani, Giordano Bruno Guerri, Pietrangelo Buttafuoco (tutti invitati a Francoforte), Vittorio Sgarbi… Poi? Mi pare un cappello striminzito. Sia chiaro, parliamo di uomini di cultura stimabili e preparati, ma come si alimenta questa lista alternativa? Ripeto, mi sembra una ripicca di basso livello, anche perché scrittori come Scurati e Saviano manifestano da tempo le loro posizioni. Come mai tutto questo adesso? Cos’è, una lista di proscrizione? E quanto dura, finché dura il governo?

A questo punto appare probabile che le cose andranno così…
Quindi cosa bisogna fare? Devi forse avere una patente di fedeltà, approvata da chi sta al potere? Vorrei precisare che Scurati e Saviano non rispondono direttamente al Pd, o all’opposizione, in una logica schematica e superata. L’intellettuale è espressione di sé stesso, non credo proprio che Scurati e Saviano rispondano a terzi, e in questo modo si costruisce soltanto una logica penosa.

Come se ne esce?
Secondo me Giorgia Meloni, nella gara tra chi vince la medaglia del “più realista del re”, mostrerebbe grandissima lucidità facendo una bella lavata di capo a questi dirigenti che vigilano nel costante tentativo di interpretare e anticipare il suo pensiero. Confido che sia più intelligente di loro.