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Il lavoro nel mondo della scuola è diventato più complesso e articolato, e i motivi sono molti. Se poi si girano le periferie, si entra nei loro istituti, si parla con chi opera dentro e fuori determinati contesti, allora la partita diventa ancora più difficile, ma allo stesso tempo può rivelarsi anche stimolante, in molte circostanze sorprendentemente innovativa, pur recuperando alcune delle esperienze educative più importanti nella storia della scuola italiana. Di questo si occupa, attraverso la presenza dei diretti protagonisti, l’ultimo volume del giornalista e saggista Francesco Erbani, dal titolo Il mestiere di educare. Voci e storie di periferie, di scuole e di comunità (Donzelli editore, pp. 205, euro 25). Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Partirei da una definizione che si trova nell’introduzione di Marco Rossi-Doria. Chi sono i professionisti della speranza?
Provengono da formazioni di diverso tipo, insegnanti, dirigenti scolastici, e poi tutte quelle figure che in qualche modo ruotano intorno al mondo della scuola: educatori, psicologi, psicoterapeuti, e altri esperti in linguaggi creativi, come quello teatrale, o artistico. Tutti loro formano quella che viene definita comunità educante, una struttura che ha lo scopo fondamentale di risolvere una sfida educativa, considerando il fatto che i bambini non so soltanto alunni, ma individui nella loro interezza, con aspirazioni manifeste ma anche più nascoste, sconosciute a loro stessi. Compito di queste figure è tirarle fuori, educare con l’obiettivo di farle emergere.
Un esercizio di non semplice riuscita…
No di certo, perché queste aspirazioni si possono addirittura generare, alimentare desideri che spesso neanche ci sono a causa di un disagio, di varie difficoltà. Bisogna leggere le sofferenze che hanno diverse origini, spesso familiari. In molti di questi quartieri vivono famiglie multiproblematiche, di tipo relazionale, o nei rapporti di genere, ed è qui che interviene un lavoro di carattere interdisciplinare, dove nessuno è geloso della propria competenza, della sfera d’azione, ma tutti insieme strutturano questa comunità educante.
Varie professionalità al servizio di obiettivi ben definiti?
Sì. Sono convinto che la professionalità sia fondamentale. Come ho verificato, in alcuni casi esiste anche la volontarietà, se vogliamo chiamarla così; ma è un aggiuntivo che ci ricorda che c’è bisogno di metterci passione, direi impegno politico, il desiderio di cambiare le cose, tutte componenti che viaggiano parallelamente alla professionalità. Per questo nel titolo ho preferito inserire il termine “mestiere”, perché tiene insieme le competenze professionali con il saper fare, l’adattarsi alle situazioni singole che quotidianamente si presentano.
Le voci raccolte riescono a dare un’idea corale di questo “mestiere di educare”. Attraverso quale criterio sono state scelte?
In particolare ho seguito il progetto Tornasole in varie occasioni, maturando l’idea fornita da Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari; mi sono chiesto se fosse meglio la cronaca o l’oralità, più aderente a questo tipo di attività, e perché spesso queste sono persone che non hanno voce, che non entrano nel dibattito pubblico sulla scuola, lavorando in quartieri periferici dove le disuguaglianze sono molto forti, e gravano su bambini e ragazzi in maniera preponderante.
Soprattutto in certi quartieri…
Ma è proprio in questi quartieri che il dibattito sulla scuola possiede un carattere fortemente innovativo, ma sono voci poco ascoltate, poco rappresentate: si preferisce più parlare di sanzioni, di metal detector, di merito, mentre invece queste pratiche svolte coralmente hanno una carica fortemente innovativa, pur riconducendosi a esperienze che la scuola italiana ha già conosciuto, da Don Milani a Roberto Sardelli, da Mario Lodi a chi ha riflettuto sull’importanza tra la scuola e il fuori la scuola, come Tullio De Mauro. La coralità è questo, una pluralità disciplinare che si concentra sul bambino, sul ragazzo nella sua interezza, non solo come alunno.
Il libro attraversa le periferie di Roma, Genova, Napoli, Torino. Come ha trovato la scuola pubblica italiana? Qual è la sua condizione di salute?
Non saprei dare una risposta che tenga insieme tutto. Posso dire in generale che la scuola resta il fondamentale presidio dello Stato, soprattutto là dove altri presidi non ce ne sono. La scuola ha un valore fondamentale, direi fondante, in un paese civile, e continua ad averlo. Lo spettro dell’offerta scolastica è molto ampio, e limitandoci ai quartieri periferici questo valore del presidio viene esaltato, anche perché, lo ribadisco, è qui che si praticano una serie di attività innovative, più che in altri contesti urbani. In ogni caso molto dipende molto dai dirigenti scolastici, dagli insegnanti, che spesso, per ottenere quello che è il loro obiettivo educativo devono aggirare le regole, le pressioni burocratiche, le circolari ministeriali, e rischiare di persona, un aspetto che va sottolineato. Sulla scuola gravano una serie di rigidità e imposizioni dall’alto, inglobate nel dibattito politico, con cui la scuola stessa viene costretta troppe volte a fare i conti.























