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Itamar Ben Gvir offre a Israele un servizio politico prezioso. Con il suo fanatismo urlato, le pistole esibite davanti alle telecamere, il suprematismo sputato senza filtri, permette al governo Netanyahu di sembrare quasi moderato. Il ministro incendiario diventa così l’alibi perfetto. Tutta l’attenzione si concentra sulla Flotilla torturata, mentre la struttura che produce devastazione continua a lavorare con impeccabile disciplina.
La favola della “scheggia impazzita” serve soprattutto alle cancellerie occidentali. Viene descritto come eccesso, deviazione, incidente ideologico dentro una democrazia in affanno. Eppure ogni sua ossessione coincide con ciò che accade sul terreno. Lui invoca deportazioni, Gaza viene svuotata. Lui reclama dominio assoluto, l’esercito rade al suolo interi quartieri. Differenze di stile, mai di sostanza.
Da mesi il governo israeliano porta avanti una pedagogia della disumanizzazione. Civili compressi dentro macerie e checkpoint, ospedali trasformati in rovine, bambini amputati ridotti a dettaglio statistico dentro il lessico militare dell’“operazione”. Il sadico ministro possiede soltanto la brutalità necessaria a dire esplicitamente ciò che altri preferiscono travestire da linguaggio tecnico.
L’Europa intanto recita il proprio rituale ipocrita. Qualche dichiarazione scandalizzata quando viene superata la quota quotidiana di ferocia, poi ripartono accordi, forniture, protezioni diplomatiche. Una gigantesca distribuzione delle parti come se il problema fosse il tono della barbarie invece della barbarie stessa.
Ben Gvir dunque rassicura molti più di quanto spaventi. Offre il bersaglio facile, il mostro riconoscibile, il fanatico da prima pagina. Così il progetto politico che trasforma la vendetta in governo e la punizione collettiva in strategia militare appare quasi normale per contrasto. Il ministro serve soprattutto a nascondere quanto l’intero sistema abbia ormai incorporato la ferocia come metodo stabile di comando.






















