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Venezia '77

Il ballo in mascherina del cinema italiano

Foto: www.pexels.com
Gabriella Gallozzi
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Il red carpet ai tempi del Covid e le prove di ripartenza di un settore da sempre precario

C’è una bibbia che è impossibile non avere in tasca a Venezia '77: il regolamento anti Covid della Biennale. Oggetto sacro, da non perdere per nessun motivo al mondo - un po’ come le chiavi di casa - che ti permette di fare slalom “in sicurezza” alla Mostra che, dal 2 al 12 settembre, non solo celebra il Festival del cinema più antico del mondo, ma quello che per tutti è diventato il simbolo (mondiale) della ripartenza.

Ripartenza per un intero settore, quello del cinema, tra i più in difficoltà. Che di precarietà ha sempre vissuto e tanto più ne vivrà adesso. Così che qui al Lido è tutto un parlare di “anno zero”, di buoni propositi e prospettive future come se una bacchetta magica - o forse il Covid stesso - avesse cancellato storture e strozzature di un sistema produttivo - garantito dalle normative vigenti - che imprigiona il cinema italiano nelle mani, anzi negli obiettivi, di pochissimi. Tutti allineati e compatti tra loro, come dimostrano i titoli made in Italy dentro e fuori il concorso.

Basta avere la mascherina e puoi dichiarare la tua fede nella ripartenza. L’hanno fatto anche Sandra Milo e la fidanzata di Ronaldo l’altro giorno. E quanti ne sono già passati - venuti apposta - su quel tappeto rosso escluso allo sguardo del pubblico (c’è una lunga muraglia con fioriere) ma ben evidente a quello delle telecamere, come da regolamento.

L’importante è il distanziamento. Su palchi e passerelle, dipende dalle dimensioni. Con un tot di metri a disposizione si può stare anche in quattro o cinque. E anche senza mascherina. Su palchi più angusti, invece, la mascherina ci vuole eccome. Anche in questo caso in assenza di righello e squadra, basta leggere il regolamento.

Non sia mai, poi, che i social si riempiano di pericolose foto di trasgressori, la parola d’ordine è Mostra in sicurezza e così deve essere. In caso contrario a farne le spese - sembrerebbe - sono gli stessi direttori delle diverse sezioni del Festival. Metti che ti scappa un regista extra Schengen, magari per un appuntamento di lavoro a Roma, per loro sono guai seri (si parla di responsabilità penale). E vallo a convincere che non si può muovere dal Lido come da regolamento.

Così per il pubblico meno disciplinato che durante le proiezioni - aperte alla metà degli spettatori abituali, una sedia sì e una no - vorrebbe cambiare posto “tanto quello più centrale è vuoto”. E no, questo si poteva fare una volta. Alla Mostra ai tempi dl Covid il tuo posto è tuo e basta. Nessuno spostamento perché siamo tutti tracciati e quindi rintracciabili in caso di febbri sospette. Ai valichi d’accesso alla Mostra la temperatura si misura ad ogni ingresso e i biglietti - e quindi il posto - si prenotano rigorosamente online. Idem per comunicati e materiali stampa. Anche lo stesso regolamento - ça va sans dire -. Stop alla carta stampata, veicolo d’infezione, viva il web, asettico ed immediato.

La Mostra della ripartenza, insomma, è tutta nel segno dell’high-tech. Da gestire agevolmente attraverso i nostri smart-phone. Ai tavoli dei bar, dei giardini e in tutto il Lido, è un perenne digitare sugli schermi, possibilmente distanziati e mascherati. Le prese per ricaricare le batterie vanno a ruba ovunque. E solo i più fortunati dispongono di fiammeggianti power-bank, invidiati dai festivalieri meno previdenti.

Siamo così avanti qui al Lido, orgogliosi di essere già nel futuro, che non potresti certo immaginare di vedere il tuo prezioso smart-phone, chiave d’accesso assoluto alla Mostra, scivolare rovinosamente dentro il water vecchio stile delle sale di proiezione. E, peggio, senza trovare nessun aiuto nel regolamento. Scoprendo che più della tecnologia poté l’acqua di uno sciacquone.