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La mattina del 2 giugno 1946, davanti ai seggi italiani, si formano code che il Paese non ha mai visto. Ci sono gli operai tornati in fabbrica dopo la guerra, contadini, reduci, ex partigiani. Ci sono soprattutto milioni di donne che per la prima volta a livello nazionale entrano in una cabina elettorale per partecipare a una scelta destinata a cambiare la Storia.
Dopo vent’anni di dittatura fascista e una guerra che ha lasciato dietro di sé distruzioni e lutti, l’Italia si trova davanti a un passaggio decisivo: scegliere tra monarchia e repubblica e indicare i rappresentanti chiamati a scrivere la nuova Costituzione.
A ottant’anni di distanza, il 2 giugno continua a essere molto più di una ricorrenza istituzionale. È la data in cui la libertà riconquistata con la Resistenza si trasforma in partecipazione democratica. È il punto d’incontro tra la Liberazione, il suffragio universale e la nascita della Repubblica.
Per comprendere il significato di quel voto bisogna tornare ai mesi che lo precedettero. L’Italia era uscita dalla guerra profondamente segnata. Le città portavano ancora le ferite dei bombardamenti, l’economia era in ginocchio e il tessuto civile doveva essere ricostruito quasi da zero. Ma il Paese aveva anche ritrovato la libertà grazie alla lotta contro il nazifascismo. Nelle montagne, nelle campagne e nelle città occupate, migliaia di donne e uomini avevano partecipato alla Resistenza, contribuendo alla sconfitta del regime e dell’occupazione tedesca.
Per questo il 25 aprile e il 2 giugno sono due date inseparabili. La Liberazione rese possibile la scelta democratica. Senza l’antifascismo e la Resistenza non ci sarebbe stata la Repubblica. Il referendum del 1946 fu la traduzione politica di quella conquista. Le urne raccolsero l’eredità di una lotta combattuta per restituire agli italiani il diritto di decidere del proprio futuro.
La scelta tra monarchia e repubblica aveva inoltre un forte valore simbolico. La monarchia sabauda era associata, per una parte consistente dell’opinione pubblica, alle responsabilità che avevano accompagnato l’ascesa e il consolidamento del fascismo. Vittorio Emanuele III aveva affidato il governo a Mussolini nel 1922, aveva assistito alla progressiva cancellazione delle libertà democratiche e aveva firmato le leggi razziali del 1938. Per molti elettori la Repubblica rappresentava dunque la possibilità di aprire una pagina completamente nuova.
La partecipazione fu straordinaria. Quasi il 90 per cento degli aventi diritto si recò alle urne. Alla fine la repubblica ottenne oltre dodici milioni di voti, superando la monarchia di circa due milioni di preferenze. Nello stesso momento venne eletta l’Assemblea Costituente, chiamata a elaborare la Carta che avrebbe definito i principi della nuova democrazia italiana.
Ma il dato forse più rivoluzionario di quelle giornate riguardò il voto femminile. Le donne avevano già partecipato alle elezioni amministrative svoltesi alcuni mesi prima, ma il referendum e l’elezione della Costituente segnarono il loro ingresso definitivo nella vita politica nazionale.
Le cronache dell’epoca raccontano l’emozione di chi si presentava ai seggi con il vestito delle occasioni importanti, consapevole di essere protagonista di un cambiamento storico. Così Nilde Iotti ricordava la prima volta delle donne al voto: “Sentivano la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per loro un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazione finalmente realizzate”.
“Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali - scriveva Anna Garofalo -. Sembra di essere tornati alle code per l’acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra donne e uomini hanno un tono diverso, alla pari”.
Quel diritto era il risultato di un percorso lungo e difficile. Per decenni il movimento femminile aveva rivendicato il suffragio senza successo. Il fascismo aveva ulteriormente limitato gli spazi di partecipazione delle donne, relegandole a un ruolo subordinato. Fu l’esperienza della guerra a cambiare il quadro. Durante la Resistenza migliaia di donne operarono come staffette, organizzatrici, infermiere, lavoratrici impegnate negli scioperi e nelle reti clandestine. Molte pagarono con il carcere, la deportazione o la vita il proprio impegno. Quando arrivò la pace, apparve evidente che non sarebbe stato possibile costruire una nuova democrazia escludendo metà della popolazione.
Tra gli eletti dell'Assemblea Costituente del 1946 fecero il loro ingresso anche ventuno donne, pronte a lasciare il segno sulla nuova Carta. Provenivano da tradizioni politiche diverse, ma contribuirono tutte alla definizione dei principi che avrebbero trovato spazio nella Costituzione repubblicana.
Diceva Marisa Rodano: “La vera novità era che di quell’assemblea facevano parte 21 donne. Anche in questo caso si incontravano generazioni ed esperienze diverse: donne già mature, nate nell’ultimo quindicennio dell’800 e nei primissimi anni del ‘900, che avevano combattuto contro il regime prima della marcia su Roma o che avevano dovuto abbandonare l’impegno politico dopo l’avvento del fascismo, per sostituirlo con la militanza nelle associazioni cattoliche o di beneficenza; donne provenienti dalla Resistenza come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Laura Bianchini, Bianca Bianchi, Maria Maddalena Rossi. Alcune erano giovanissime. Teresa Mattei, Nilde Iotti e Angiola Minella avevano poco più di 25 anni; Filomena Delli Castelli e Nadia Spano – che proveniva dalla Tunisia – ne avevano 30. La novità non era soltanto che per la prima volta, in Italia, vi erano donne elette in un consesso parlamentare, ma che quelle donne hanno impresso un segno significativo nella Carta fondamentale che sta alla base dell’ordinamento della Repubblica. Di certo, che vi fossero donne in quell’assemblea era, di per sé, un fatto straordinario; coronava decenni e decenni di lotta dei movimenti femminili e femministi e di iniziative nel Parlamento prima del fascismo. Un diritto che venne riconosciuto in extremis nell’ultimo giorno utile per la composizione delle liste elettorali, alla fine del gennaio ‘45, ma che non fu, come taluno sostiene, una benevola concessione, ma il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne, con le armi in pugno e soprattutto con una diffusa azione di massa, di sostegno alla Resistenza, avevano dato alla liberazione del Paese”.
Provenienti da tutta la penisola, in maggioranza sposate e con figli, giovani e dotate di titoli di studio (quasi la metà sono laureate), molte costituenti avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista, Teresa Noce, messa in carcere e poi deportata, Rita Montagnana.
La maggior parte di loro lavorava, diverse erano impegnate nel mondo della scuola, la provenienza geografica era varia e rappresentativa di tutta l’Italia, le generazioni spaziavano dalla fine dell’800 alle nate sotto il fascismo. Pur tenendo conto delle istanze dei rispettivi partiti, le 21 elette faranno spesso fronte comune sui temi dell’emancipazione femminile per superare i tanti ostacoli che rendevano difficile la partecipazione delle donne alla vita politica e non solo.
L’esempio forse più pregnante di questo lavoro è la formulazione dell’articolo 3 della Costituzione. Si deve infatti alle Costituenti l’introduzione della locuzione “di sesso” nell’elenco delle discriminazioni da superare e sono sempre loro a volere la fondamentale aggiunta “di fatto” alla frase “limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, nel comma sugli ostacoli di ordine economico e sociale da rimuovere per consentire lo “sviluppo della persona umana” e la partecipazione dei lavoratori alla vita del paese (tra gli articoli della Costituzione nei quali è inciso il lavoro delle parlamentari segnaliamo anche gli artt. 29, 30, 31, 37, 48 e 51).
Sebbene la paternità intellettuale del secondo comma dell’art. 3 sia spesso attribuita esclusivamente a Lelio Basso, fu il pressing delle donne a garantire che il primo comma non si limitasse a una dichiarazione di principio. Quella che oggi appare come una tautologia era, nel 1946, una rivoluzione: significava porre fine all'incapacità giuridica della donna che aveva caratterizzato il codice civile precedente.
In questo senso il 2 giugno non celebra soltanto la nascita di una forma istituzionale. Ricorda il momento in cui milioni di persone, dopo gli anni della dittatura e della guerra, entrarono nella vita democratica nazionale come cittadini e cittadine. La Repubblica nasce dall’incontro tra lotta antifascista, partecipazione popolare e allargamento dei diritti.
Ottant’anni dopo, quelle immagini di uomini e donne in fila davanti ai seggi continuano a raccontare una storia attuale. Parlano di una democrazia costruita attraverso la partecipazione, di diritti conquistati e non concessi, di una Costituzione nata dall’esperienza della Resistenza e dal desiderio di non ripetere gli errori del passato.
È questa l’eredità più profonda del 2 giugno 1946: la consapevolezza che la libertà trova il suo significato più compiuto quando diventa responsabilità collettiva e partecipazione democratica.























