Roma si appresta a raccogliere il testimone delle centinaia di organizzazioni che in Europa e negli Stati Uniti stanno cercando di fermare il Trattato transatlantico sugli scambi e gli investimenti. Il Ttip, comunicato come strumento di facilitazione del commercio e della costruzione del benessere tra le due sponde dell’Atlantico, è in realtà lo strumento che i grandi gruppi commerciali e finanziari vorrebbero usare per spianare tutte quelle regole e quelle caratteristiche di produzione e distribuzione che creano problemi al commercio, perché difendono i consumatori, i lavoratori, i cittadini e chiedono alle imprese di assumersi il costo sociale, ambientale ed economico delle loro attività.

Per questo oltre 200 organizzazioni della società civile, e tra esse in prima fila i sindacati e la Cgil con le sue categorie – i lavoratori dell’agroalimentare con grande forza, poi il comparto pubblico e i metalmeccanici – hanno dato l’appuntamento il 7 maggio nella capitale, alle 14,00, da piazza della Repubblica fino a piazza San Giovanni, a tutte e tutti i cittadini, i piccoli e medi produttori, gli amministratori pubblici preoccupati per l’impatto negativo già annunciato che il Ttip avrebbe sulla loro vita quotidiana, che vogliono discuterne insieme e mostrare alle istituzioni nazionali ed europee la propria contrarietà.

Dieci giorni fa in 90mila sono scesi in piazza ad Hannover, in Germania, e anche in Italia l’interesse sul trattato cresce dopo la lettura delle 248 pagine di testi negoziali desecretate e rese pubbliche da Greenpeace: oltre i due terzi della sostanza del Ttip, dal quale molti protagonisti della politica internazionale – compresi i candidati alla Casa Bianca Trump e Clinton, ma anche Sanders e Cruz – si sono smarcati da tempo. Dal canto suo, sembra quasi seccata, la Commissario europea al Commercio Cecilia Malmström, a dover ribadire sul blog della Commissione “ancora e ancora, che nessun trattato commerciale sottoscritto dall’Ue abbatterà il nostro livello di protezione dei consumatori, della sicurezza alimentare o dell’ambiente”.

Ma il presidente francese François Hollande, che ha letto il testo proprio come noi, ha spiegato che “allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”. Per l’Italia la perdita sarebbe ancora più secca: gli Stati Uniti, infatti, si sono ben guardati dall’abbattere dazi e tariffe sui settori in cui più si concentrano le nostre richieste “di valore”. Innanzitutto i veicoli a motore, macchine, bus e camion, sui quali gli Usa intendono mantenere le barriere di prima. E anche sul tessile non mollano più di tanto, mentre resta protetto anche gran parte del loro agroalimentare: i formaggi (sì, proprio quelli che il nostro governo dava per sicuri, sono esclusi dal negoziato per 144 linee tariffarie), gli agrumi, le olive e l’olio d’oliva, i mangimi animali, altri preparati alimentari, vini e vini frizzanti, zucchero raffinato, tabacco grezzo.

Noi proteggiamo quasi solo l’agroalimentare: abbiamo chiesto di tener fuori manzo, pollame e suini e alcuni selezionati preparati, alcune linee di latte, riso, mais, alcol etilico. Per i preparati di carne, però, ci siamo mostrati possibilisti, come per gran parte delle farine, e poi per la chimica, auto e camion, bici e moto, vetri e ceramiche, a patto che ci sia reciprocità dall’altra parte dell’oceano. Gli Usa, aprono su vetro, scarpe, accessori auto, ceramiche e ferro. La maggior parte delle loro aperture avverrà tuttavia “a sette anni” dall’entrata in vigore del trattato, e solo per quei prodotti dove il commercio transatlantico al momento è difficile, perché le regole di qualità (o la concorrenza storica) ci allontanano: tessile, pellame, gioielli e latte, pollame e prodotti della pesca.

Un affare da non perdere? Noi pensiamo, con le oltre 2mila autorità locali che in Italia – come nel resto d’Europa – si sono dichiarate “Fuori Ttip”, che questo negoziato si debba fermare il prima possibile, che le ragioni del diritto debbano precedere sempre gli interessi e i profitti, soprattutto nelle due aree in cui sono collocate le più antiche e compiute democrazie del pianeta. Chiediamo a tutte le donne e agli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, alle organizzazioni sindacali, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale a Roma il 7 maggio 2016.

Monica Di Sisto è vicepresidente dell’associazione Fairwatch, tra i portavoce della Campagna Stop Ttip Italia (www.stop-ttip-italia.net)