Come spiego all’inizio di La Neve nera, ho cominciato a sentir parlare di Luigi Di Ruscio da ragazzino, perché i miei zii erano emigrati anche loro a Oslo, in Norvegia. Anzi, una volta tornati per sempre a Fermo, quasi ogni anno arrivavano da noi “i norvegesi”, come li chiamava mia madre, neanche fossero dei marziani, e questi amici dei miei parenti li ospitavamo anche in casa nostra. Da alcune lettere di Luigi dei primi anni di emigrazione che sono in mio possesso, ho potuto capire che anche in quella piccola comunità di italiani all’estero non era percepito come un vero scrittore, seppure sfiorò la vittoria al Viareggio, credo a metà degli anni ’60, con la sua seconda raccolta di versi, Le streghe s’arrotano le dentiere, in una terzina dove era in compagnia di Biagio Marin e Diego Valeri, cui poi venne assegnato il premio.

Luigi è stato da subito riconosciuto nel mondo letterario italiano come una voce importante, tanto che Franco Fortini e Salvatore Quasimodo, ma anche un critico raffinato come Enrico Falqui, lo valorizzarono subito. Quindi questa amicizia con i miei zii ha fatto in modo che già da ragazzino sapessi di lui e ne fossi molto attratto. E poi, mi ha sempre colpito la sua diversità, perché anch’io mi sono sempre sentito diverso nella città dove vivo, per motivi di formazione, di ideologia e, soprattutto, di classe. Fermo è una città aristocratica, papalina e colta, piena di intellettuali, certo non meritava che i suoi scrittori più conosciuti fuori di qui fossero un operaio metalmeccanico che non aveva neanche completato le scuole elementari, scappato presto a Oslo, e un portalettere con un diploma di perito chimico ottenuto per grazia ricevuta, tutti e due anticlericali e libertari, intimamente estranei ai poteri e teatrini provinciali.

Poi di Luigi mi piaceva la fierezza e l’irriverenza verso qualsiasi forma di compromissione borghese e di potere oppressivo. Lui era uno che viveva nella verità, fuori da qualsiasi sotterfugio, ruffianeria, convenienza: un uomo integro, come erano i comunisti una volta. Ho cominciato a frequentarlo alla fine degli anni ’70. Ero giovane e scrivevo, con altri ragazzi avevo dato vita a una rivista, Alias, così lo incontrammo per chiedergli delle poesie. Lui viveva in quel momento il suo periodo migliore, da poco era uscita una raccolta da Savelli, che era la casa editrice più vicina al movimento, Istruzioni per l’uso della repressione, nella collana “Poesia e realtà” diretta da Roversi e Majorino. Allora era un tipo tutt’altro che facile, radicale come quegli anni, sempre caustico. Non era semplice avere a che fare con lui. Non c’è un amico che non abbia litigato almeno cinque volte, e di brutto, con Luigi nel corso del tempo. Si scaldava per niente.

Durante una di quelle nostre piccole liti, mi offesi, e per diversi anni i nostri rapporti s’interruppero. Ma nel 1987, in occasione del mio matrimonio, decisi di fare il viaggio di nozze in tenda canadese in Scandinavia, e quando arrivai ad Oslo lo cercai. Naturalmente c’incontrammo, e dopo i nostri rapporti ripresero, soprattutto attraverso le molte lettere che ci siamo scambiati. Le sue erano bellissime, sempre molto potenti. L’epistolario, al quale sto lavorando, cioè una vita attraverso le lettere, è un documento importante, oltre che una grande opera letteraria. Poi ho iniziato a pubblicare, gli davo i miei libri quando tornava a Fermo, e abbiamo sempre mantenuto buoni rapporti.

Più o meno nel 2001, forse qualche anno dopo, cominciai a guardare al suo lavoro in modo diverso. Luigi stava attraversando un periodo di rimozione assoluta, non pubblicava da molto tempo. Cominciammo a scriverci molte mail. Quando mia moglie si ammalò, nel 2004, ed ero molto fragile, mi fu molto vicino. Scriveva ogni giorno, con un affetto particolare, e chiedeva di me ai miei amici più prossimi pregando loro di starmi vicino. Fu in quegli anni che cominciai a pensare che la sua opera, in prosa e in versi, aveva già il passo di un classico, e lui era uno degli ultimi scrittori epici del nostro tempo, “l’ultimo picaro” come lo ha definito un altro suo grande sostenitore, Massimo Raffaeli. Insieme a lui, e grazie ad un assist prezioso di Tarcisio Tarquini, a ridosso del Centenario della Cgil curammo Poesie operaie, uscito da Ediesse nel 2007, libro che, ora possiamo dirlo, segnò il ritorno di Luigi Di Ruscio e l’inizio della sua riscoperta.

Ricordo ancora un curioso viaggio a Roma, la presentazione del libro alla Casa delle Letterature, quando su mio suggerimento consegnò ad Andrea Cortellessa il corposo Cristi polverizzati, che uscì due anni dopo da Le lettere, seguito, sempre da Ediesse, decisiva da ogni punto di vista, da La neve nera di Oslo e la ristampa del Palmiro, preludio di quello che oggi è il libro della canonizzazione, se così possiamo definirla, cioè Romanzi, che ho curato insieme a Cortellessa in una Cometa Feltrinelli, il quale oltre ai libri citati contiene un racconto bellissimo dell’infanzia fermana, Apprendistato.



Diciamo che nel mio rapporto con Luigi Di Ruscio c’è una parte di destino, e un’altra ancora che attiene da sempre al dialogo tra le generazioni in letteratura, dove “ognuno riconosce i suoi” come scriveva Montale, un’altra ancora profondamente politica e culturale. Uno scrittore del suo calibro, della sua razza, uno con la sua vicenda umana, dimostra storicamente che la letteratura non nasce quasi mai nelle scuole di scrittura, come l’imprenditoria culturale postmoderna vuole farci credere, ma nelle viscere dell’esistenza, nel dolore e anche nella condizione più estrema di spaesamento, linguistico ed esistenziale, dove si alimenta quel fuoco che non è roba per piccolo borghesi arrivisti. Quel fuoco, quel demone, Luigi lo ha alimentato nel suo isolamento norvegese di Oslo, e per non farsi prendere dai modi barbari della contemporaneità, dalle sue tentazioni al ribasso, per non svendersi, ha custodito anche la sua purezza, scegliendo deliberatamente di fare per trentasette anni l’operaio metalmeccanico, guardare il mondo dal gradino più basso, quello dove stanno gli ultimi.