«Ma sì, ma certo, chiudo l’Osservatorio anche per il dibattito surreale, assurdo, sull’articolo 18. Sa cosa ho constatato in questi anni? Che i caduti sul lavoro sono sempre meno assicurati dell’Inail, e sempre più partite Iva e precari. E questi cosa fanno? Vogliono abolire l’unica norma che ha garantito un po’ di sicurezza sul lavoro, quando è dimostrato che laddove c’è un sindacato le morti sul lavoro sono quasi inesistenti».  E’ un fiume in piena Mario Soricelli, fondatore 6 anni fa dell’Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro. Non nasconde la rabbia, sotto un ricco e scoppiettante accento bolognese.

Emigrato nel ‘54 con la famiglia da San Giorgio del Sannio a Bologna, trentanove anni spesi in fabbrica, ultimo incarico responsabile controllo di qualità in una multinazionale con sede a Cabriano. Da metalmeccanico in pensione, avrebbe potuto dedicarsi placidamente alla grande passione per la pittura e la scultura, arti praticate con qualche successo: settanta mostre all’attivo in tutta Italia, esposizioni con nomi del calibro di Cesare Zavattini e Antonio Ligabue. E invece arriva la tragedia della ThyssenKrupp che si porta via, con l’olio bollente e il fuoco, 7 operai e la vita di Soricelli improvvisamente cambia. Era il 7 dicembre del 2007, e quell’incidente apparve, praticamente da subito, come la conseguenza fatale delle omissioni sulla sicurezza della dirigenza Thyssen. Morti bruciati per risparmiare.
 
“Dopo quel fatto – ricorda – ero sconvolto. Cercavo notizie su internet, e mi accorsi che quelle più recenti avevano 6 mesi. Ma come è possibile, con i mezzi tecnologici che ci sono oggi a disposizione? Mi dissi che dovevo fare qualcosa. Dopo qualche giorno ero già al lavoro».  Il 1° gennaio 2008,  apre l’Osservatorio. «All’inizio ero da solo, e dovevo inventarmi un metodo di rilevamento affidabile. Sa quando mi accorsi che le cose nel nostro Paese non quadravano? Quando dopo un anno, i miei dati e quelli dell’Inail divergevano. Loro ne avevano monitorati tantissimi in meno. Eppure, li avevo tutti documentati, con tanto di nomi e cognomi. Erano persone in carne ed ossa che non rientravano nelle statistiche ufficiali». Soricelli indaga e alla fine si accorge del trucco contabile. Scopre che intere categorie, agenti di commercio e vigili del fuoco, giornalisti e militari, contadini in pensione e poliziotti, che perdono la vita mentre lavorano non sono conteggiate, perché non hanno un’assicurazione Inail. L’Istituto semplicemente dirama bollettini incompleti, spacciati frettolosamente per dati generali.

«Dicano chiaramente con un comunicato che monitorano le morti solo tra i propri assicurati e non tra quei milioni di lavoratori che non sono iscritti a questo istituto», chiede Soricelli. Ma non basta. Si rende conto che rimangono fuori dal conteggio partite Iva e precari, in tutti i settori, per non parlare dei lavoratori a nero. Chiarito l’equivoco, si capisce la differenza tra i dati. Nel 2013, ad esempio,  i morti sul lavoro sono stati secondo l’Istituto di previdenza in totale 790, la metà dei quali in «itinere», cioè morti mentre si recavano sui luoghi di lavoro. Per l’Osservatorio indipendente i morti erano stati invece 1160. Più di 1300 se si conteggiano anche le partite iva.

«Io monitoro tutte le persone che muoiono lavorando – spiega -. Non mi interessa che lavoro facciano, assicurate o meno. E non dico che è sempre colpa del padrone cattivo. Ma se uno muore lavorando c’è qualcosa che non funziona» . Ma è soprattutto il trend a dividere le valutazioni dell’Inail da quelle dell’Osservatorio. Dall’inizio della crisi, i decessi sono in diminuzione, dicono dall’Istituto. “Non è vero – ribatte Soricelli in una lettera aperta lo scorso 24 settembre - i morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati da quando ho aperto l’Osservatorio. Anzi, addirittura sono aumentati del 5,9% rispetto al 24 settembre di quell’anno e dell’8,6% rispetto al 24 settembre del 2013. Si sono solo ‘trasferite’ con un aumento, dai lavoratori assicurati all’Inail agli altri, ai non tutelati», spiega. Una strage che continua, un fenomeno addirittura in crescita. E  per questo Soricelli si è apertamente schierato contro l’abolizione dell’articolo 18, definendola «una vergogna».

«Anche con l’articolo 18 – osserva - ci sono stati tantissimi tentativi di licenziare lavoratori che si opponevano al mancato rispetto delle normative vigenti. Ma ci sono stati anche tanti reintegri perché i giudici potevano valutare se il licenziamento era giusto o c’era la volontà di colpire chi voleva solo che venissero rispettate le normative sulla Sicurezza che “appesantiscono” il lavoro». Il vero obiettivo, per il pittore-ex metalmeccanico, «è eliminare i sindacati scomodi, non filo-padronali che cercano di tutelare la sicurezza dei lavoratori all’interno delle aziende. In dieci anni, se questa cosa passa, sindacati come la Fiom spariranno. Non avranno più iscritti. E saranno i precari a pagare il prezzo più alto, perché se si rifiutano di fare i lavori pericolosi, rischiano il licenziamento». Obiettiamo a Soricelli che i precari non hanno però l’articolo 18. « Ma che discorso è? – si accalora –  ‘Abbassare i diritti a qualcuno per darli a tutti’, mi dicono. Gli rispondo io: per non darli a nessuno. E’ come dire che siccome ci sono squadre di Serie A e di Serie B, per metterle tutto sullo stesso piano, le portiamo tutte in C. Così vogliono fare con i lavoratori. Zero diritti, zero tutele».

Ce l’ha con la politica Soricelli, soprattutto con quella sinistra oggi arrembante «che prende i voti dai lavoratori e poi non fa il suo lavoro», con quel gran furbo di Renzi «che governa con i voti di Bersani».  Eppure ci ha provato a dialogare con il primo ministro e con i suoi uomini. « Ho scritto il 28 febbraio a Renzi e ai Ministri del Lavoro e dell’Agricoltura. Dico: attenzione, tra pochi giorni comincia in agricoltura la strage della gente che manovra i trattori. Quattro morti su dieci avvengono in agricoltura, e il 68% di queste morti sono causate dal trattore. Fate una campagna informativa prima di tutto, e poi una leggina per mettere in sicurezza i mezzi meccanici. Nessuna risposta. Sa quanti contadini sono morti da quel giorno? Centoventi di tutte le età: il più giovane aveva 18 anni, il più vecchio  83». Anche per questa insipienza della politica, Soricelli ha anticipato che il 31 dicembre 2014 ha intenzione di chiudere l’Osservatorio, che nel frattempo è diventato un punto di riferimento sul fenomeno anche all’estero, in Paesi come la Germania e gli Stati Uniti. «Chiuderò per “indifferenza”, è impossibile avere in questo paese una voce libera da qualsiasi vincolo, tentare di coinvolgere la classe dirigente è peggio che scalare una montagna a piedi scalzi», accusa. E intanto incassa la solidarietà della stampa più attenta, mentre continuano ad arrivare, ogni giorno, decine di segnalazioni da tutta Italia.