Quella inferta a Genova dal crollo del ponte Morandi è una ferita “che si sente in tutta la città”. Le ricadute si avvertono sul quartiere colpito, con le sue 70-80 mila persone residenti, “isolate insieme al resto della città”. Ma “se comprendiamo anche le valli limitrofe, arriviamo a oltre 100 mila persone”. Lo ha spiegato Ivano Bosco, segretario generale uscente della Camera del lavoro di Genova, ai microfoni di RadioArticolo1. La Cgil Genova tiene in questi giorni il suo congresso e giocoforza, seppure in modo irrituale rispetto ai “cliché dei nostri congressi” - ha spiegato sempre Bosco - “nella mia relazione introduttiva sono partito proprio dal ponte, e non solo come omaggio retorico”. “Sono passati oltre due mesi ed è difficile parlare di emergenza – prosegue Bosco –, ma ancora non riusciamo a ottenere la soddisfazione di tutte le esigenze che avevamo dichiarato”.

 

Gli ultimi quattro anni, a Genova, sono stati anni di grandi vertenze ed emergenze per il mondo del lavoro, da Ilva a Fincantieri, al porto. L'intera città aspetta di concretizzare il proprio sviluppo. Il bilancio di Bosco è che “purtroppo molti dei problemi che avevamo posto in evidenza non si sono ancora ridotti, qualcuno addirittura è peggiorato”. Per quanto riguarda Fincantieri – spiega il segretario – la “reazione fortissima della città” ha fermato la decisione “da parte della sinistra di chiudere lo stabilimento di Genova, ridimensionare quello di Riva”. “A oggi possiamo dire che questi cantieri stanno lavorando e hanno un carico di lavoro anche per il prossimo futuro”.

Ilva, invece, “ha subìto una situazione di stallo per molto tempo. Abbiamo fatto un accordo ai primi di settembre al ministero, dove sono stati definiti alcuni punti positivi. Naturalmente la conferma di tutto l'organico. La conferma - che prima non c'era – che i dipendenti che passeranno alle dipendenze di Mittal si porteranno dietro l'articolo 18. L'accordo di programma su Genova è frutto di battaglie fatte nei decenni scorsi per la creazione di un ambiente più pulito. In cambio sono dismessi gli altoforni, ma è garantita l'occupazione dei lavoratori”. “Avevamo chiesto a Mittal – prosegue Bosco – “di non inviare le lettere di assunzione. Cosa significa inviare le lettere di assunzione? Significa che, di 1.470 lavoratori che oggi sono attualmente occupati, l'azienda ne sceglie 1000 e gli altri 400 non sappiamo che fine fanno. Significa in sostanza spaccare il fronte dei lavoratori. Ma l’azienda ha annunciato che lunedì manderà le lettere. Per cui la nostra reazione ci sarà”.

Bosco ha anche segnalato altre due vertenze sul territorio genovese, quella della Rinascente nel centro storico, negozio che purtroppo si avvia alla chiusura, e quella di Qui Ticket, azienda fornitrice di buoni pasto e altri servizi: “è stata dichiarata fallita e abbiamo oltre 200 persone che perdono il posto di lavoro, e poche finora possibilità di essere recuperate”.

Quanto al porto, precisa il segretario della Cdl Genova, “bisogna leggere bene i dati e non fare allarmismo ingiustificato. E’ vero che c'è una riduzione, ma non è vero che ci sia un crollo dell’attività portuale. Sulla ricostruzione del ponte, sulla liberazione delle vie di accesso alla Valpolcevera, alle autostrade, ci giochiamo non una credibilità a livello locale, ma a livello internazionale, per cui se non abbiamo dei tempi ben definiti di ripartenza per queste infrastrutture, gli imprenditori che oggi continuano a venire al porto di Genova sceglieranno altre destinazioni, questo è evidente”.

Quello di Genova è uno dei molti congressi in corso. Sono in pieno svolgimento, infatti, gli appuntamenti delle categorie territoriali, delle Camere del lavoro territoriali e metropolitane e delle categorie regionali della Cgil. I congressi delle Cgil regionali avranno inizio il 5 novembre e si dovranno concludere entro il 24 dello stesso mese. A seguire, dal 26 novembre al 20 dicembre, si svolgeranno i congressi delle categoria nazionali dei lavoratori attivi e quello del sindacato dei pensionati della Cgil, che si terrà dal 9 all’11 gennaio del 2019. Il percorso congressuale si concluderà a Bari, presso la Fiera del Levante, dove dal 22 al 25 gennaio avrà luogo il XVIII Congresso della Cgil nazionale. La decisione è stata assunta dal Comitato direttivo del sindacato (10 marzo) che ha eletto la commissione politica, composta da 52 membri più i componenti la segreteria nazionale, e votato la delibera che dà il via al percorso congressuale. Tra il 5 aprile e il 18 maggio si sono svolte circa 1500 assemblee generali che si sono tenute nei luoghi di lavoro su tutto il territorio nazionale. Dal 20 giugno al 5 ottobre si sono svolte, invece, le assemblee congressuali di base.

Nel congresso della Cgil Bologna – spiega sempre a RadioArticolo1 il segretario generale rieletto Maurizio Lunghi – “abbiamo pensato di fare un collegamento storico” tra il Piano del lavoro 1949-1950 e quello lanciato nel 2013 dalla Cgil. “Così come fu importante la battaglia che fatta negli anni '50 per il primo piano del lavoro, in questi quattro anni abbiamo tentato nel nostro piccolo di dare le gambe al Piano del lavoro 2013 attraverso le intese che abbiamo raggiunto nel nostro territorio a Bologna, sia con i livelli istituzionali ma ovviamente anche con le controparti economiche e sociali. Ci siamo dati l'obiettivo di poter tradurre alcuni degli elementi del Piano in azioni concrete da portare sul territorio, realizzando poi quello che abbiamo definito il Patto dello sviluppo della città metropolitana”.

Un Patto che ha cominciato a dare i suoi frutti: il territorio di Bologna era nel pieno di una crisi terribile, ma gli ultimi quattro anni hanno visto un miglioramento delle condizioni economiche e sociali. “Venivamo da una lunga fase di accordi difensivi – spiega Lunghi –, cioè accordi intesi a difendere occupazione e quindi a dare la possibilità di costruire risposte là dove la crisi stava mordendo in maniera molto pesante. Anche grazie a questi accordi si sono costruite le condizioni per provare ad agganciare l’attuale piccola ripresa. La disoccupazione si è abbassata di oltre 3 punti percentuali: quella che abbiamo oggi sul territorio di Bologna è una disoccupazione attorno al 5%, che ha bisogno di essere ulteriormente ridotta ed è uno degli obiettivi principali che continuiamo a porci anche nell'ambito delle contrattazioni che facciamo nelle aziende, per quanto riguarda la gestione delle assunzioni”.

Allo stesso tempo – prosegue il segretario – facciamo un ragionamento su quali possono essere gli elementi di futuro sviluppo, e quindi le grandi opere di infrastrutturazione di cui il territorio ha bisogno. Si tratta di costruire attorno a questo un altro volano importante per creare posti di lavoro. E che si agganci allo stato sociale al nuovo modello di stato sociale di cui abbiamo bisogno per dare risposte alle famiglie, tenendo conto che siamo come altre città del nostro paese alle prese con l'invecchiamento della popolazione. Quindi noi dobbiamo anche tenere conto che c'è da dare risposta ai giovani ma al contempo incominciare anche a costruire le condizioni per avere gli strumenti utili per la risposta agli anziani di domani”.

Le sfide che la Cgil di Bologna ha di fronte a sé per i prossimi quattro anni sono molte. “Dobbiamo proseguire nel lavoro di abbattimento della disoccupazione e nel rilancio delle politiche che servono per aiutare i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro – spiega Lunghi –, sapendo che qui abbiamo già un primo allarme: abbiamo bisogno di tecnici, quindi bisogna aprire un confronto serio con istituti tecnici, università e quant'altro per cominciare a ragionare su questo problema. Un altro importante obiettivo è quello dell'infrastrutturazione, rilanciare le grandi opere che erano già state finanziate, su cui il governo ha bloccato le risorse. Sto pensando al Passante di mezzo, che non riguarda solo Bologna ma tutta l'Italia. Poi ci sarà da lavorare attorno ai temi dello stato sociale, del welfare quindi e più nello specifico anche i temi degli orari di lavoro e delle flessibilità, estendendo i diritti attraverso una contrattazione inclusiva anche a tutte quelle figure del mercato del lavoro che sono nelle condizioni più deboli, che hanno uno stipendio povero e che hanno pochi diritti. È un altro degli obiettivi che ci poniamo, così come abbiamo già fatto con la Carta del lavoro digitale e con i rider”.