“Il problema italiano è proprio un problema politico. Un problema di programmazione, di responsabilità”. Di chi quelle responsabilità avrebbe dovuto prendersele molto tempo fa, ma non lo ha mai fatto. Neutralizzando il derby della disperazione tra salute e lavoro, due diritti che una buona politica avrebbe dovuto garantire. Come succede in molte produzioni siderurgiche nel mondo. Di questo Collettiva ha parlato con Fabio Cocco, operaio della ex Ilva di Taranto e dirigente sindacale della Fiom provinciale.
“Il segnale che stesse per finire tutto – ricostruisce il dirigente Fiom – lo abbiamo avuto quando anche l’area a caldo, da un paio d’anni a questa parte, è stata interessata dalla cassa integrazione. Essendo il cuore pulsante del siderurgico fino a quel momento era stata al massimo sfiorata da questi provvedimenti. Quando poi è calata la produzione dell’acciaio e si sono iniziati a verificare tutti i passaggi giudiziari noti, ci siamo resi conto che eravamo vicini alla fine. In più il governo aveva dichiarato che fondi non ce n’erano più, in un quadro in cui già i prestiti ponte erano sembrati specchietti per le allodole, per andare avanti alla giornata, pagare giusto gli stipendi”.
Il gigante ferito è crollato a poco a poco, spegnendosi in una lenta agonia di mancati investimenti e mancata manutenzione che ha avuto anche delle conseguenze drammatiche sul fronte della sicurezza dei lavoratori, ma avrebbe potuto persino andare peggio. “Per cambiare alcuni pezzi venivano recuperati i pezzi da altri reparti fermi. Venivano montati, a volte adattati. A volte chiudevi un occhio, ti dicevi ‘vabbé può andare’ e lo facevi passare, ma quando vedevi che la cosa non poteva proprio andare l’abbiamo denunciato e abbiamo anche fermato gli impianti per più giorni. Nell’acciaieria ci sono tante tubazioni in cui passa materiale a pressione come il gas. Quando non si fa manutenzione il pensiero che ci sia il rischio di qualche esplosione c’è sempre”.
“Ora – ci spiega Fabio Cocco – c’è da pretendere una seria bonifica del territorio, non fine a se stessa, ma inserita in una programmazione che guardi al futuro, all’alternativa. Una scelta da prendere ai tavoli istituzionali, che non dovrebbe escludere la ripresa di una produzione dell’acciaio utilizzando l’idrogeno verde, facendo le cose finalmente con serietà. Per farlo servono la volontà, il senso di responsabilità e un sacco di soldi da investire. Ad andare avanti come stavamo facendo in questi ultimi anni ‘non se ne poteva più’: da una parte, quando la Cassazione ci ha messo un freno, è stata una liberazione. Dall’altra è stato un grave errore aspettare i giudici dopo 14 anni. Doveva essere deciso molto prima. Così, è come se la Cassazione avesse detto alla politica: ‘non ci avete capito nulla’”.
“Abbiamo sempre vissuto a cavallo di una linea sottile che divideva la salute dal lavoro: tra questi due diritti fondamentali è mancato sempre un collante e la responsabilità è stata della politica”. Fabio Cocco la chiude così, dopo aver passato 23 anni da operaio dell’Ilva, vivendo in pieno le contrapposizioni che hanno dilaniato la città, perché quando smetteva la tuta blu tornava a casa nel quartiere Tamburi, quello a ridosso della grande fabbrica, coperto dalle polveri di ferro che rendevano tutto arancione e che sono state causa di malattie, sofferenze e lutti negli anni.
“Da questa mattina non c'è più nulla di acceso. Tutti gli impianti dell’area a caldo sono stati spenti”, avrebbe detto, secondo fonti di agenzia, il direttore generale di Acciaieria d’Italia in amministrazione straordinaria Maurizio Saitta ai sindacati durante l’incontro al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione che si è svolto ieri, 6 novembre. Eppure quel che sembra – che sia certezza, speranza o timore – è che la parola fine sulla vicenda Ilva non sia stata ancora scritta.



























