Seicentoquindici euro. Tanto vale, nel decreto Sicurezza, l’avvocato che convince il proprio assistito migrante ad accettare il “rimpatrio volontario”. La norma autorizza il Viminale a stipulare accordi, perfino con il Consiglio nazionale forense, e prevede un premio economico solo a risultato ottenuto: cliente rimpatriato, compenso incassato. Volontario, si dice, mentre il denaro pubblico suggerisce la scelta.

La firma è Meloni-Piantedosi, il metodo è chirurgico. Approvazione lampo al Senato, fiducia pronta alla Camera, discussione ridotta a pratica accessoria. Il decreto Sicurezza si conferma per ciò che è: un contenitore che accelera, comprime, impone. La parola sicurezza diventa schermo, dietro scorre un dispositivo molto più diretto.

Il meccanismo inclina la bilancia. Se il migrante accetta, l’avvocato viene premiato. Se prova a opporsi all’espulsione, rischia di perdere il patrocinio pubblico. La difesa si trasforma in corridoio obbligato. Prima si indebolisce la resistenza, poi si incentiva l’uscita. Una parcella a esito applicata ai diritti.

La reazione ha incrinato il disegno. Il Consiglio nazionale ha preso le distanze, l’avvocatura ha proclamato lo stato di agitazione, le Camere penali parlano di violazione della Costituzione e della deontologia. Anche dalla magistratura arriva un richiamo netto: il difensore tutela diritti, non accompagna politiche di espulsione.

Resta l’impianto. Uno Stato che paga per orientare scelte, arruola intermediari, svuota il Parlamento. Il diritto diventa leva, la difesa ingranaggio, la Costituzione intralcio. Un mercato delle coscienze con tariffario pubblico. E la dignità ridotta a variabile contabile.