A Milano, nel salone di rappresentanza del Servizio Tecnico Logistico e Patrimoniale della Polizia di Stato di Lombardia ed Emilia-Romagna, Cgil Lombardia e Silp Cgil Lombardia hanno promosso il convegno “Quale sicurezza dopo il D.L. 23/2026?”, un momento di confronto pubblico sul Decreto Sicurezza, sulle sue ricadute nei territori e sulle condizioni di lavoro del personale in divisa.

Ad aprire i lavori è stato Daniele Bena, segretario generale Silp Cgil Lombardia, che ha richiamato la necessità di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla retorica emergenziale e dalle semplificazioni del dibattito pubblico. La sicurezza, ha sottolineato, riguarda la vita concreta delle persone, la serenità con cui si attraversano le città, il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo non può essere piegata alle esigenze della propaganda né ridotta a una successione di norme penali.

Il confronto, coordinato da Massimo Montebove dell’ufficio stampa Silp Cgil nazionale, ha messo insieme punti di vista diversi: avvocatura, magistratura, università, politica, sindacato e mondo delle istituzioni. Una scelta che ha permesso di affrontare il Decreto Sicurezza non solo sul piano giuridico, ma anche nelle sue ricadute sociali, democratiche e materiali.

Diritto penale, garanzie costituzionali e qualità della legislazione

Uno dei nodi centrali emersi dal confronto riguarda il ricorso sempre più esteso allo strumento penale. L’avvocato penalista Ettore Zanoni ha evidenziato i rischi di un impianto normativo che tende ad ampliare il campo dell’intervento penale e a trasformare il diritto penale da extrema ratio a risposta ordinaria a problemi sociali complessi. Un approccio che, secondo Zanoni, rischia di incidere sulle libertà fondamentali, a partire dal diritto di manifestare, e di sostituire progressivamente il concetto di istituzione con quello di autorità.

Su questo terreno si collocano anche le criticità richiamate dal senatore Alfredo Bazoli, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia del Senato, intervenuto con un contributo online. Bazoli ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra esigenze di ordine pubblico, diritti fondamentali, garanzie costituzionali e qualità della legislazione. Il tema non è soltanto giuridico, ma democratico: quando la risposta ai fenomeni sociali viene affidata quasi esclusivamente all’inasprimento delle pene e all’introduzione di nuovi reati, il rischio è quello di produrre norme dal forte impatto comunicativo ma dalla scarsa efficacia reale.

Le ricadute su magistratura e forze di polizia

La sostituta procuratrice Giorgia Villa ha posto l’attenzione sulle conseguenze concrete del Decreto Sicurezza sul lavoro quotidiano della magistratura e delle forze di polizia. L’introduzione di nuove fattispecie di reato e l’inasprimento delle sanzioni, ha osservato, non producono automaticamente maggiore sicurezza, ma possono aumentare carichi di lavoro, complessità procedurali e difficoltà operative.

Il rischio, emerso con forza nel corso del confronto, è che provvedimenti presentati come risposte immediate alla domanda di sicurezza finiscano per gravare su uffici giudiziari, operatori e apparati già segnati da carenze di personale e risorse. In questo senso, il tema della sicurezza si intreccia direttamente con quello dell’organizzazione del lavoro, degli organici, della formazione e della qualità degli strumenti messi a disposizione di chi è chiamato a operare sul territorio.

Paura, percezione di insicurezza e fiducia nelle istituzioni

Il professor Roberto Cornelli, criminologo dell’Università degli Studi di Milano, ha allargato lo sguardo al tema della paura e della percezione di insicurezza. La paura ha ricordato, è reale e va presa sul serio, ma può essere manipolata e trasformata in strumento di consenso. Le risposte efficaci non sono quelle che alimentano distanza e sfiducia, ma quelle capaci di ricostruire relazioni, coesione sociale e fiducia nelle istituzioni. La prevenzione, ha sottolineato, passa anche dalla capacità dei territori di tenere insieme le comunità e di intervenire prima che il disagio diventi emergenza.

Su questo stesso terreno si è inserita la riflessione di Franco Gabrielli, prefetto, già capo della Polizia e autore del libro “Contro la paura”, che ha insistito sulla necessità di recuperare una dimensione di fiducia tra istituzioni e cittadinanza. La sicurezza, ha spiegato, non può essere costruita solo dall’alto né affidata a misure simboliche: richiede interlocuzione con la società civile, capacità di ascolto, chiarezza sulle responsabilità e strumenti adeguati a chi è chiamato a operare sul territorio.

Sicurezza democratica e condizioni di lavoro

Nelle conclusioni, Valentina Cappelletti, segretaria generale della Cgil Lombardia, ha ribadito la necessità di uscire da una lettura esclusivamente securitaria del tema. La sicurezza democratica, ha sottolineato, si costruisce tenendo insieme legalità, protezione sociale, politiche territoriali, inclusione e condizioni di lavoro dignitose per chi opera in divisa. Per Cappelletti, il confronto ha confermato la necessità di non ridurre la sicurezza alla paura o alla risposta simbolica. Le forze di polizia sono chiamate ogni giorno a misurarsi con emergenze sociali, marginalità, disagio e bisogni che spesso dovrebbero trovare risposta prima nei servizi, nella scuola, nella sanità territoriale, nelle politiche abitative, nel lavoro e nella prevenzione.

“Scaricare tutto sulle lavoratrici e sui lavoratori in divisa – ha detto la segretaria – significa non affrontare le cause profonde dell’insicurezza e rendere più difficile anche il loro lavoro. Per questo, parlare seriamente di sicurezza significa parlare anche di organici adeguati, formazione, tutele, strumenti, salari e condizioni di lavoro”.

Non norme manifesto, ma investimenti e politiche pubbliche

Dal convegno è emersa una posizione netta: non servono norme manifesto, ma investimenti, organici adeguati, formazione, tutele, servizi territoriali e politiche pubbliche capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone. La vera alternativa non è tra sicurezza e diritti, ma tra una sicurezza fondata sulla paura e una sicurezza democratica, costruita sulla giustizia sociale, sulla qualità del lavoro e sulla fiducia nelle istituzioni.