L’economia globale rallenta sotto il peso della guerra in Medio Oriente. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita nel suo World Economic Outlook, presentato la scorsa settimana, indicando un quadro sempre più fragile e dominato da rischi al ribasso.

Secondo le nuove previsioni, il Pil mondiale crescerà del 3,1% nel 2026, in calo di 0,2 punti rispetto alle stime di gennaio, mentre per il 2027 la crescita resta al 3,2%. Parallelamente, l’inflazione globale è attesa in rialzo al 4,4% nel 2026, per poi scendere al 3,7% nel 2027. Uno scenario che riflette direttamente l’impatto del conflitto sui mercati energetici e sulle materie prime, con il Fondo che non esita a evocare il rischio della “più grande crisi energetica dei tempi moderni”.

L’effetto della guerra: due scenari

La previsione di base si fonda sull’ipotesi che la guerra resti contenuta per durata e intensità, con effetti che si attenuano entro la metà del 2026. Anche in questo caso, però, i prezzi delle materie prime resterebbero elevati per tutto l’anno, con un aumento medio attorno al 19%. Se invece lo scenario dovesse peggiorare, il quadro cambierebbe radicalmente: nella simulazione più negativa, la crescita globale scenderebbe fino al 2%, mentre l’inflazione supererebbe il 6%, avvicinando l’economia mondiale a una vera e propria recessione. Una soglia che, come ricorda il Fondo, è stata toccata solo in poche occasioni negli ultimi decenni, tra cui la crisi finanziaria globale e la pandemia.

Italia in affanno: crescita allo 0,5%

In questo contesto già fragile, l’Italia emerge come uno dei punti deboli tra le grandi economie avanzate. Il Fmi ha rivisto la crescita del Pil italiano al +0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, con un taglio di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni rispetto alle stime di gennaio. Si tratta di un ritmo estremamente contenuto, che colloca il Paese stabilmente nella parte bassa della classifica europea e ben al di sotto di economie comparabili.

Il rallentamento italiano si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda l’intera area euro, la cui crescita è ora prevista all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, anch’essa rivista al ribasso. Tuttavia, il confronto con gli altri principali Paesi mette in evidenza un divario significativo. La Germania, pur in difficoltà, è stimata crescere dello 0,8% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027, mentre la Francia si mantiene su un +0,9% in entrambi gli anni. Ancora più marcata la distanza con la Spagna, che continua a mostrare una dinamica più sostenuta con un +2,1% nel 2026 e un +1,8% nel 2027. In questo scenario, l’Italia appare come una delle economie meno dinamiche, esposta più di altre agli effetti combinati dell’aumento dei costi energetici, della debolezza della domanda interna e delle incertezze globali.

Conti pubblici: deficit in calo, ma debito in aumento

Il Fondo prevede una riduzione del deficit italiano al 2,8% del Pil nel 2026 e al 2,6% nel 2027, ma al tempo stesso segnala un ulteriore aumento del debito, che salirebbe al 138,4% del Pil nel 2026 e al 138,8% nel 2027. Un livello che continua a rappresentare un vincolo strutturale per la politica economica, soprattutto in una fase in cui i margini fiscali si stanno restringendo a livello globale.

Il Fmi sottolinea la necessità di proseguire con il consolidamento dei conti, migliorare la compliance fiscale e soprattutto legare la riduzione del debito a politiche di crescita, a partire dall’attuazione degli investimenti del Pnrr, considerati fondamentali per sostenere la produttività e rafforzare il potenziale dell’economia italiana.

Pontedera (Pi) 26/05/2006 : Industria Piaggio motocicli e scooter, Piaggio Factory Foto di © Riccardo Squillantini/Sintesi
Pontedera (Pi) 26/05/2006 : Industria Piaggio motocicli e scooter, Piaggio Factory Foto di © Riccardo Squillantini/Sintesi
Pontedera (Pi) 26/05/2006 : Industria Piaggio motocicli e scooter, Piaggio Factory Foto di © Riccardo Squillantini/Sintesi

Occupazione, Italia ultima in Ue: pesa il lavoro femminile

Cattive notizie anche da Eurostat. L’Italia resta il fanalino di coda in Europa per tasso di occupazione, nonostante un lieve miglioramento nel 2025. È quanto emerge dagli ultimi dati, che confermano come il Paese continui a scontare soprattutto la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni è salito al 62,5%, in aumento di 0,3 punti rispetto all’anno precedente. Un progresso in linea, se non leggermente superiore, alla media europea, ma insufficiente a ridurre il divario con l’Unione, dove il tasso medio ha raggiunto il 71%, lasciando l’Italia indietro di 8,5 punti percentuali.

Il confronto diventa ancora più netto guardando alla componente femminile. In Italia lavora appena il 53,8% delle donne, contro una media Ue del 66,6%: un gap superiore ai 13 punti che rappresenta il principale fattore di debolezza del mercato del lavoro italiano. Anche il divario interno tra uomini e donne resta molto elevato, con un tasso di occupazione maschile al 71,2% e una distanza di oltre 17 punti, quasi il doppio rispetto alla media europea.

Stati Uniti e Cina rallentano

Negli Stati Uniti la crescita è stata leggermente rivista al ribasso al 2,3% nel 2026, mentre la Cina si ferma al 4,4%, uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni per l’economia del Dragone. In entrambi i casi, il rallentamento è contenuto ma significativo e riflette una combinazione di fattori ciclici e strutturali, tra cui il calo della produttività, le tensioni commerciali e l’impatto, diretto o indiretto, del conflitto in Medio Oriente.

Energia, debito e incertezza globale

Un elemento particolarmente critico riguarda il debito globale, che secondo il Fiscal Monitor è destinato a salire fino al 100% del Pil entro il 2029, raggiungendo livelli che non si vedevano dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’aumento dei tassi di interesse e la maggiore sensibilità dei mercati alle politiche di bilancio stanno progressivamente riducendo lo spazio di manovra dei governi, rendendo più complesso intervenire in caso di shock.

In questo contesto, le banche centrali si trovano di fronte a un equilibrio sempre più difficile: contenere l’inflazione senza soffocare una crescita già debole. Una tensione che si riflette anche sulle politiche nazionali, dove la necessità di sostenere famiglie e imprese si scontra con vincoli di bilancio sempre più stringenti.