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Dal 20 al 22 luglio il Senegal ospita una nuova edizione della Scuola di Gorée, iniziativa di dialogo e formazione promossa per rafforzare la cooperazione tra organizzazioni sindacali, istituzioni pubbliche, parti sociali e attori della cooperazione internazionale di Senegal e Italia.
L’edizione 2026 rappresenta il rilancio di un percorso nato diversi anni fa grazie all’impegno della Cgil, della Flai Cgil e dei suoi partner sindacali senegalesi. La Scuola torna oggi grazie al progetto “Formation, dignité, inclusion et innovation au Sénégal”, realizzato dall’ong Vis e finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), confermando la volontà di consolidare un partenariato stabile fondato sul lavoro dignitoso, sul dialogo sociale e sulla tutela dei diritti. L’edizione 2026 è organizzata dall’Istituto per i diritti dei lavoratori migranti (Idlm), partner locale del patronato Inca Cgil in Senegal, in collaborazione con la Cgil e Nexus.
La Scuola di Gorée non è soltanto un luogo di formazione. È soprattutto uno spazio politico e sindacale nel quale confrontarsi sulle grandi sfide che attraversano oggi il mondo del lavoro: la crescita dell’economia informale, la transizione demografica, le migrazioni, la protezione sociale, il cambiamento climatico e la necessità di costruire modelli di sviluppo più giusti e sostenibili.
Il progetto permette di organizzare un dialogo strutturato con le controparti senegalesi afferenti al Comitato di azione e riflessione intersindacale sulle migrazioni. Si tratta del braccio tecnico e della piattaforma nazionale di coordinamento delle cinque principali centrali sindacali senegalesi — Cnts, Cnts-Fc, Csa, Udts e Unsas — dedicata alla gestione delle questioni migratorie e alla tutela dei diritti dei lavoratori migranti.
Per la Cgil la cooperazione internazionale tra sindacati non rappresenta un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’azione sindacale. Le disuguaglianze economiche, la competizione al ribasso sul costo del lavoro e i fenomeni migratori dimostrano infatti come il lavoro abbia ormai una dimensione globale. Per questo motivo la tutela dei diritti non può fermarsi ai confini nazionali.
È in questa prospettiva che la Cgil promuove da anni le cosiddette “carovane sindacali”: percorsi di cooperazione che mettono in relazione sindacati di Paesi diversi, favoriscono lo scambio di esperienze, rafforzano il dialogo sociale e costruiscono reti permanenti di tutela dei lavoratori lungo le principali rotte migratorie. L’obiettivo è accompagnare le persone prima della partenza, durante il percorso migratorio e nel Paese di destinazione, affinché la migrazione non diventi terreno di sfruttamento, caporalato o perdita dei diritti.
La migrazione, infatti, costituisce uno dei temi centrali della Scuola di Gorée. Per la Cgil migrare non può essere considerato un problema da contenere, ma un diritto della persona, riconosciuto dalle convenzioni internazionali e strettamente collegato al diritto di cercare condizioni di vita e di lavoro dignitose. Allo stesso tempo, il diritto a migrare deve accompagnarsi anche al diritto di poter scegliere di restare nel proprio Paese, attraverso politiche di sviluppo, occupazione, protezione sociale e investimenti pubblici che offrano opportunità reali alle giovani generazioni.
In questo quadro assume un’importanza strategica anche la tutela dei diritti sociali delle persone che si spostano tra Senegal e Italia. Uno dei temi al centro della Scuola sarà infatti la Convenzione bilaterale di sicurezza sociale tra Italia e Senegal, uno strumento atteso da molti anni che consentirebbe di garantire una piena continuità dei diritti previdenziali dei lavoratori migranti.
Migliaia di cittadini senegalesi hanno lavorato o lavorano tuttora in Italia contribuendo alla crescita economica del Paese e versando regolarmente contributi previdenziali. Allo stesso modo, cittadini italiani operano in Senegal nell’ambito della cooperazione, delle imprese e delle attività professionali.
L’assenza di una convenzione pienamente operativa rende tuttavia più complesso valorizzare i periodi contributivi maturati nei due ordinamenti e, di conseguenza, rischia di compromettere il riconoscimento dei contributi versati e di limitare l’accesso alle prestazioni pensionistiche e di sicurezza sociale.
Portare questo tema al tavolo di Gorée significa compiere un passo importante: spostare la questione dal piano dei singoli casi affrontati quotidianamente dagli sportelli a quello, più strutturale, del dialogo con le organizzazioni, nella prospettiva di costruire uno strumento capace di garantire tutele certe e continuità dei diritti.
In questo senso, la Scuola di Gorée rappresenta anche un’occasione per riaffermare la contrarietà della Cgil alle politiche europee che puntano alla cosiddetta “remigration”, ossia a un approccio fondato sulla deterrenza, l’esternalizzazione delle frontiere, l’aumento dei rimpatri e la progressiva limitazione delle possibilità di accesso regolare ai territori europei. Politiche che rischiano di alimentare l’irregolarità, aumentare la vulnerabilità delle persone migranti e favorire lo sfruttamento lavorativo, anziché governare i fenomeni migratori nel rispetto dei diritti umani e del lavoro.
Per la Cgil la gestione delle migrazioni deve invece fondarsi sull’apertura di canali regolari e sicuri, sul riconoscimento dei diritti sociali e del lavoro, sul contrasto a ogni forma di discriminazione e sulla piena inclusione delle lavoratrici e dei lavoratori migranti nelle società di destinazione.
In questo quadro si inserisce anche il lavoro della Rete sindacale mediterranea e sub-sahariana per le migrazioni (Rsmms), di cui la Cgil fa parte insieme alle principali organizzazioni sindacali dei Paesi di origine, transito e destinazione. Attraverso la rete vengono sviluppate iniziative comuni di assistenza e tutela dei lavoratori migranti, con particolare attenzione alla regolarizzazione della documentazione amministrativa e lavorativa, al riconoscimento dei diritti previdenziali e professionali, all’accesso ai servizi pubblici, alla portabilità dei diritti sociali e alla diffusione di informazioni corrette lungo l’intero percorso migratorio.
I diversi contesti normativi nazionali a livello europeo negli ultimi 20 anni hanno prodotto una condizione diffusa di irregolarità tra lavoratrici e lavoratori migranti a causa della rigidità delle leggi in vigore e dei requisiti necessari, a partire dal reddito, per il mantenimento di uno status di regolarità. Di fronte a questo quadro generale e diffuso occorre invertire rotta e assicurare leggi che prevedano percorsi di regolarizzazione.
La realtà è quella che i lavoratori e le lavoratrici privi di un regolare permesso di soggiorno di fatto lavorano e contribuiscono alla formazione della ricchezza. Sono lavoratrici e lavoratori chiamati “invisibili”, ma di fatto la loro invisibilità riguarda esclusivamente l’accesso ai diritti e la possibilità di emergere dal lavoro nero e dallo sfruttamento.
La Spagna, ad esempio, ha varato una riforma discussa con le parti sociali per la regolarizzazione di circa 800 mila lavoratrici e lavoratori stranieri senza documenti, ma presenti da anni nel territorio. Un atto di giustizia che riconosce e restituisce umanità apportando al tempo stesso benefici sociali rilevanti per l’intero sistema economico, sociale, previdenziali e fiscali. L’esperienza spagnola segna la strada e una visione politica alternativa sulle migrazioni, utile soprattutto al movimento sindacale europeo e internazionale perché su questo tema occorre rafforzare alleanze dentro una prospettiva di un internazionalismo contemporaneo.
L’obiettivo è costruire una presa in carico sindacale transnazionale che accompagni le persone prima della partenza, durante la mobilità e nel Paese di destinazione, rafforzando il ruolo delle organizzazioni sindacali come strumenti di protezione, inclusione e giustizia sociale.
Per questo la cooperazione tra Cgil, sindacati senegalesi, istituzioni pubbliche e partner della cooperazione internazionale assume un valore che va oltre il singolo evento. Essa rappresenta un investimento comune per costruire relazioni fondate sui diritti, sulla dignità del lavoro e sulla convinzione che lo sviluppo, per essere realmente sostenibile, debba mettere al centro le persone e non soltanto la crescita economica.






















