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Una certa politica somiglia a quei negozi assolati di souvenir: espone minacce già viste e le vende come novità. La Lega prende il catalogo Trump-Orbán, lo traduce in burocratese e ci incolla sopra l’etichetta patriottica. Tale Eugenio Zoffili annuncia il prodigio: Antifa trasformati in organizzazione terroristica, anarchici spediti fuori legge, antagonisti messi in cornice come reperti pericolosi.
La scena nasce qualche giorno fa a Roma, con novanta fermati e una commemorazione trattata come un allarme sanitario. Da lì il salto mortale carpiato: dalla cronaca al codice penale, dalla piazza al marchio. “Terrorismo” diventa una parola jolly, infilata ovunque serva un po’ di paura pronta all’uso. Funziona sempre, come il nero che snellisce o il patriottismo che assolve.
Antifascismo ridotto a caricatura, mescolato con anarchismo insurrezionale, agitato bene e servito come minaccia unica. Una galassia compressa in un barattolo, con scadenza elettorale ben visibile. Così la storia si piega e resta un pupazzo da additare al pubblico. Più facile gridare al mostro che spiegare la realtà.
Intanto la Costituzione viene trattata come un soprammobile. Utile nelle ricorrenze, di intralcio quando va applicata. L’antifascismo, che sta all’origine della nostra Repubblica, diventa sospetto, quasi un vizio da correggere. Un rovesciamento raffinato, da manuale di illusionismo politico. Si cambia il significato delle parole e il gioco è fatto.
E allora è un attimo e arriva la strettoia vera, quella che si sente sotto i piedi. Si comincia con un’etichetta, si prosegue con una lista, si finisce con un recinto. Il dissenso smette di essere voce e diventa categoria amministrativa, archiviata e schedabile. A quel punto il problema smette di chiamarsi Antifa e prende il nome di chiunque osi stare in piedi fuori dal coro.






















