Va molto di moda, soprattutto tra gli under 40 e le donne. Il mercato degli abiti di seconda mano non è una tendenza passeggera: piattaforme on line (Vinted, Depop), mercatini delle pulci, bancarelle, veri e propri eventi (gli swap party) per scambiare, vendere, comprare vestiti usati riscuotono un successo straordinario e sono segnali di un desiderio reale di cambiamento.

Si stima che il mercato globale dell'usato abbia raggiunto un valore di circa 220 miliardi di euro nel 2025 e che crescerà quasi tre volte più velocemente dell'intero mercato dell'abbigliamento (ThredUp 2025).

Un esempio di sostenibilità?

Sembra un esempio di sostenibilità. Il riutilizzo, infatti, al pari del riparare e noleggiare, può contribuire all'economia circolare. Ma come può essere valutato questo trend da una prospettiva di giustizia globale?

A fare un approfondimento è il recente report di Südwind, il partner tedesco della campagna Abiti puliti, Clean Clothes Campaign, dal titolo “Swipe, Sell, Sustain? What Second-Hand Fashion Can Achieve, and What It Cannot”, che propone un’analisi del fenomeno.

L’impatto del second hand

I consumatori comprano di seconda mano perché trovano prezzi più bassi e per la percezione che si tratta di una scelta di acquisto sostenibile. Alcuni utenti, però, comprano addirittura più vestiti di prima ed è accertato che li indossino meno frequentemente rispetto ai capi nuovi.

“Un pantaloncino di seconda mano indossato una sola volta è una scelta ecologica peggiore rispetto a un pantaloncino nuovo indossato spesso e a lungo (Klooster et al. 2024) – si legge nel report -. Anche il trasporto e la logistica nel settore non sono gratuiti: il crescente mercato online dell'usato causa emissioni di CO₂ per le spedizioni: solo per Vinted nel 2021 sono state prodotte 282 mila tonnellate di CO₂ (Vaayu Tech GmbH 2021), equivalenti a circa 128 mila voli di andata e ritorno per una persona da Francoforte a New York”.

Effetto rimbalzo

Nel complesso, quindi, esiste il rischio di un cosiddetto “effetto rimbalzo”, che potrebbe addirittura risultare contrario all'obiettivo ecologico o finanziario desiderato (Ciechelska et al. 2024; Laitala/Klepp 2021). “Si prevede un'ulteriore crescita non solo per il second hand, ma anche per il mercato dei beni nuovi – aggiungono gli esperti - : quindi, al momento non si presume che la tendenza all'acquisto di seconda mano porterà a una diminuzione dei capi nuovi”.

Anche il commercio dell’usato non è esente da sfruttamento, ingiustizie sociali ed economiche e violazioni del diritto del lavoro: gli abiti possono essere realizzati con cotone raccolto in condizioni di lavoro forzato (Ferenschild 2018; 2021) e tessuti, tagliati e cuciti in fabbriche soffocanti in India e Bangladesh (Clean Clothes Campaign 2025).

Condizioni di lavoro precarie esistono anche nel settore delle consegne in Germania – riferisce di Südwind -, e i dipendenti di Momox (sito specializzato in libri e media usati, ndr) nello stabilimento di Lipsia hanno recentemente protestato contro il razzismo e la pressione per raggiungere prestazioni elevate (Ferenschild 2023; Mdr 2025). Grandi quantità di vecchi articoli, apparentemente invendibili in Germania, sono finite in Ghana, Uganda e Pakistan, per esempio. Queste esportazioni hanno inondato i mercati locali, creando problemi di smaltimento dei rifiuti apparentemente irrisolvibili (Gojowczyk/Hütz-Adams 2021)”.

Una buona notizia

La buona notizia è che il second hand comunque funziona. Estende la vita degli abiti e può incoraggiare un uso più frequente prima dello smaltimento. Riduce rifiuti e risorse. Promuove l'economia circolare perché può portare a strutture di approvvigionamento più circolari e a pratiche che si sono emancipate dal mercato della moda convenzionale e dai principali attori del settore. Contrasta la discriminazione perché apre opportunità a chi è escluso dal mercato della moda per ragioni economiche.

L’usato da solo non basta

La notizia scomoda è che da solo non basta, perché non cambia il sistema e non può risolverne i problemi e le storture. Le condizioni di sfruttamento nell'industria tessile restano tali indipendentemente da dove compriamo. L'effetto rebound è reale: acquistare di più perché "tanto è usato" vanifica i benefici ambientali. E se il mercato dell'usato si concentra su poche piattaforme digitali, rischiamo di replicare le stesse logiche di potere della fast fashion.

Una moda giusta e sostenibile

“Sono quindi necessari modelli di business più equi e una regolamentazione politica – scrivono gli esperti tedeschi della Clean Clothes Compaign -, migliori condizioni di lavoro e metodi di produzione sostenibili, misure per il trattamento delle acque e del suolo, nuovi approcci nei Paesi che da tempo importano abiti usati, trattamento dei rifiuti per il riciclo, e un ripensamento del consumo. Nuovi approcci, come la responsabilità estesa al produttore, devono essere discussi insieme ai rappresentanti delle organizzazioni della società civile interessate e ai sindacati dei Paesi coinvolti, non solo all'interno del panorama degli stakeholder tedeschi. Solo in questo modo la moda può diventare più giusta e più sostenibile”.