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Un piano "irricevibile": si ferma l'ex Ilva

Un piano
Foto: Simona Caleo
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ArcelorMittal chiede 6.300 esuberi nei prossimi quattro anni: i sindacati rispondono con 32 ore di stop e manifestazione nazionale a Roma. Landini: "È un progetto di chiusura nel tempo di Taranto. Occorre ripartire dall'accordo del settembre 2018"

Sciopero e manifestazione oggi (martedì 10 dicembre) a Roma dei lavoratori ArcelorMittal. A far scendere in piazza i metalmeccanici è il piano industriale annunciato dalla multinazionale franco-indiana e presentato il 4 dicembre scorso a governo e sindacati. “I 6.300 esuberi ipotizzati non possono neanche essere presi in considerazione. Per noi l’accordo del 6 settembre 2018 è ancora valido e vincolante”, spiegano Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, annunciando lo sciopero di 36 ore (dalle 23 di lunedì 9 alle 7 di mercoledì 11 dicembre). L’appuntamento romano è alle ore 10 in piazza Santissimi Apostoli.

Un piano “irricevibile” per i sindacati: 4.700 esuberi entro il 2023, passando dai 10.789 occupati attuali a 6.098. Gli esuberi (di cui 2.900 subito) arriverebbero però a 6.300, considerando i mancati rientri al lavoro dall'amministrazione straordinaria. “Questo piano fa carta straccia del contratto di assegnazione e dell’accordo sindacale”, dichiara la segretaria generale della Fiom Cgil Francesca Re David: “L’accordo del 6 settembre 2018 prevede zero esuberi anche attraverso la clausola di salvaguardia. Il piano presentato dall'azienda significa la chiusura progressiva dell’ex Ilva. Ogni confronto non può prescindere dalla produzione di acciaio prevista dal piano industriale, dalla piena occupazione, oltre che dall'attuazione del piano ambientale”.

Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, quello presentato al ministero dello Sviluppo economico “non è un piano industriale: è un progetto di chiusura nel tempo di Taranto e di Ilva. Abbiamo un accordo firmato un anno fa, peraltro approvato con voto segreto del 98 per cento dei lavoratori, che prevede investimenti, otto milioni di tonnellate di acciaio da produrre, quella è la base da cui partire. Per noi la discussione è possibile se si parte dall'accordo che abbiamo firmato”. Landini ha aggiunto che la Cgil è “disponibile a discutere se ci sono problemi di tempo o sul tipo di realizzazione degli investimenti, o ancora se c'è la volontà di utilizzare nuove tecnologie o quella relativa a un ingresso pubblico. Ma i due punti fermi sono gli otto milioni di tonnellate da produrre e la difesa dell'occupazione”.