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Donne, i sistemi di welfare non sono neutrali

Una legge piena di paradossi
Foto: foto Simona Caleo
Chiara Saraceno
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Il livello e tipo di offerta di servizi, i trasferimenti alle famiglie, le politiche per la casa, oltre che le pensioni o le indennità di disoccupazione, a uno sguardo di genere rivelano gli assunti dati per scontati rispetto alla divisione del lavoro

Il testo è la sintesi dell’articolo pubblicato nella sezione Tema del n. 1 2018 della Rivista delle Politiche Sociali. Gli abbonati possono leggerlo qui in versione integrale. Questo è invece il link alla rubrica che Rassegna dedica alla stessa Rivista

Le analisi di genere hanno evidenziato come i sistemi di welfare non siano neutri, né neutrali, rispetto ai modelli di organizzazione famigliare e di rapporti di potere tra uomini e donne, dentro e fuori la famiglia, che sostengono e talvolta promuovono. Si può, anzi, sostenere che le forme di regolazione dei rapporti di genere (gender arrangements) sono una dimensione specifica dei sistemi di welfare, a sua volta sostenuta da modelli culturali circa ciò che è appropriato in base al genere (Pfau-Effinger, 2004).

Il livello e tipo di offerta di servizi, i trasferimenti alle famiglie, i sistemi fiscali, le politiche per la casa, oltre che le pensioni o le indennità di disoccupazione, così come le forme di regolazione del mercato del lavoro e dell’orario di lavoro, a uno sguardo di genere escono da una loro presunta neutralità e rivelano gli assunti dati per scontati rispetto alla divisione del lavoro tra uomini e donne. Senza contare il lavoro familiare e di cura non pagato come lavoro necessario, che non solo va meglio redistribuito tra uomini e donne e tra famiglia e società, ma che va anche riconosciuto nel suo valore e per il quale occorre garantire tempo, alle donne e agli uomini.

Una visione della (dis)uguaglianza di genere basata non solo sulla partecipazione al lavoro remunerato, ma anche al lavoro di cura, complica la dicotomia familizzazione-defamilizzazione e il modo in cui si possono valutare le politiche in questo campo. In primo luogo, anche nei contesti più – o viceversa meno – defamilizzati la cura, salvo eccezioni considerate per lo più patologiche o estreme, è sempre prestata da un mix di persone e istituzioni, in parte a pagamento in parte no. In secondo luogo, accanto alla defamilizzazione e politiche pubbliche possono (nella forma dei congedi) non solo garantire “tempo per la cura”, ma, se esplicitamente disegnate a questo scopo anche favorire un riequilibrio di genere nelle responsabilità di cura (Saraceno e Keck, 2013).

Le analisi delle studiose femministe hanno trovato un terreno di ascolto favorevole tra coloro che a livello internazionale si interrogano sui cosiddetti nuovi rischi sociali, scaturenti dalla combinazione invecchiamento della popolazione, indebolimento delle due istituzioni che tradizionalmente avevano costituito le basi del welfare tradizionale – l’istituzione del matrimonio come legame per tutta la vita e il pieno e stabile impiego (maschile) – e trasformazioni del lavoro dovute non solo alla globalizzazione, ma allo sviluppo dell’economia della conoscenza. Incoraggiare e sostenere con politiche di conciliazione famiglia-lavoro l’occupazione femminile in nome dell’uguaglianza di genere sembra una sorta di uovo di colombo: consente di allargare la base impositiva, allentare l’effetto dell’invecchiamento sulla disponibilità di forza lavoro, compensare i rischi dell’indebolimento del matrimonio e valorizzare tutto il capitale umano disponibile.

Pur allontanandosi radicalmente dal modello male-breadwinner, questo ri-orientamento del modello culturale, tuttavia, non si discosta dall’altro fondamento del welfare tradizionale, ovvero dalla partecipazione al mercato del lavoro come fonte dei diritti sociali e della cittadinanza sociale stessa. Anzi, per molti versi l’accentua, proponendo il modello dell’adulto-lavoratore (per il mercato) come valido per tutti, uomini e donne. La questione del lavoro di cura necessaria viene formulata come “impedimento”, “costrizione” (per le donne) che va il più possibile contenuta tramite servizi, più che riconosciuta sia per le donne sia per gli uomini

La stessa importante, ancorché riduttiva, questione dell’uguaglianza di genere nel mercato del lavoro è stata ridefinita in termini di partecipazione e di conciliazione famiglia-lavoro, non di uguaglianza di opportunità nel mercato del la lavoro, né tantomeno di riorganizzazione del lavoro (remunerato) per rendere quella conciliazione non esclusivamente unidirezionale. Ciò è evidente nei due approcci teorici alla riforma del welfare che hanno trovato maggiormente eco anche nei documenti della stessa Unione europea: l’approccio dei mercati del lavoro transizionali e quello dell’investimento sociale.

Il primo, che in parte è confluito nel modello di flexicurity, propone di integrare in un nuovo sistema di assicurazione sociale sia i nuovi “rischi sociali” di un mercato del lavoro flessibile, sia quelli derivanti da necessità del corso di vita individuale e famigliare dei lavoratori e delle lavoratrici effettivi o potenziali – in particolare, necessità di tornare in formazione, nascita e presenza di bambini piccoli, famigliari non autosufficienti (Schmid, 2006). Un nuovo sistema di sicurezza sociale dovrebbe sostenere sia le transizioni dentro e fuori il mercato del lavoro dettate/imposte dal mercato stesso, sia quelle dettate dalle esigenze individuali e famigliari. Questo sistema aiuterebbe anche ad affrontare con più agio quelli che i proponenti di questo approccio chiamano i “dilemmi di genere”, in realtà concepiti come solo delle donne, tipici di “carriere lavorative compresse”. Anche se ciò non basterebbe a proteggere le donne dai costi in termini economici e di carriera di temporanee uscite dal mercato del lavoro.

Per l’approccio dell’investimento sociale le pari opportunità di genere sono strumentali all’obiettivo di un utilizzo più adeguato del capitale umano più che un fine in sé. Al centro dell’approccio dell’investimento sociale, inoltre, non ci sono le donne, né la parità di genere, bensì le giovani generazioni, a partire dai bambini e le pari opportunità tra bambini di diversa estrazione sociale. Per questo l’educazione infantile precoce è un cruciale strumento di riduzione delle disuguaglianze socialmente strutturate di partenza (Esping Andersen, 2002). Accanto alla sottovalutazione del lavoro di cura, ciò che appare problematico in questo approccio è l’esplicito riferimento alla disuguaglianza tra donne come risorsa per contenere il costo dei servizi.

La questione della redistribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne rimane aperta anche nella proposta del basic income (Van Parijs e Vanderborght, 2017), che pure ha il merito di riconoscere il valore di attività extra-mercato e la necessità di offrire risorse per una libertà di scelta effettiva.

Chiara Saraceno è “honorary fellow” presso il Collegio Carlo Alberto di Torino