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I ritardi nella liquidazione del Trattamento di fine servizio (Tfs) e nelle procedure previdenziali dei lavoratori della Polizia di Stato approdano in Parlamento. I deputati del Partito Democratico Andrea Casu e Matteo Mauri hanno infatti presentato un’interrogazione a risposta scritta ai ministri dell’Interno e del Lavoro (atto n. 4-08702), raccogliendo le criticità denunciate dal Silp Cgil nella nota trasmessa il 23 luglio al dipartimento della Pubblica sicurezza.
Con l’interrogazione, Casu e Mauri chiedono al governo di chiarire le cause dei ritardi nella trasmissione dei dati e della documentazione all’Inps, di rendere noto il numero delle pratiche ancora pendenti relative a Tfs, riscatti e pensioni – comprese quelle privilegiate – e di indicare quali iniziative intenda adottare, anche d’intesa con l’Istituto, per garantire tempi certi ai lavoratori e superare il continuo rimpallo di responsabilità tra le amministrazioni coinvolte.
L’iniziativa parlamentare rappresenta un importante riconoscimento del lavoro svolto dal Silp Cgil, che da tempo denuncia le difficoltà incontrate dal personale della Polizia di Stato nel vedersi riconosciuti diritti previdenziali già maturati. “I ritardi nella quantificazione del Tfs, il blocco dei riscatti e i rallentamenti nelle procedure previdenziali non sono più tollerabili”, commenta Pietro Colapietro, segretario generale del Silp Cgil.
"Chi conclude la propria carriera – continua - non può essere costretto ad attendere mesi o anni per ricevere somme che gli spettano di diritto, né essere obbligato a ricorrere all’anticipo bancario, sostenendone i costi, per ottenere risorse che rappresentano salario già maturato. È necessario che governo, amministrazioni e Inps intervengano rapidamente per eliminare queste criticità e garantire il pieno rispetto dei diritti dei lavoratori”.
Un problema che riguarda tutto il pubblico impiego
Per la Cgil il caso sollevato va ben oltre il comparto sicurezza e riporta al centro una questione che interessa l’intero pubblico impiego. “Quello denunciato dal Silp è soltanto la punta dell’iceberg - commenta Ezio Cigna, responsabile delle Politiche previdenziali della Cgil nazionale -. I ritardi amministrativi devono essere eliminati, ma il problema è ancora più profondo. Il Tfs è retribuzione differita, maturata giorno dopo giorno durante tutta la vita lavorativa, e non può continuare a essere trattato come uno strumento di finanza pubblica o come un debito dello Stato da rinviare per esigenze di cassa. È un diritto dei lavoratori e come tale deve essere riconosciuto.”
Negli ultimi anni i dipendenti pubblici sono stati destinatari di una lunga serie di interventi restrittivi. Alla sostanziale cancellazione di ogni reale flessibilità in uscita si sono aggiunti interventi che hanno inciso direttamente sui futuri trattamenti pensionistici, come la riduzione delle aliquote di rendimento delle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, penalizzando in particolare numerose categorie del pubblico impiego.
A ciò continua ad aggiungersi una disciplina del Tfs che rappresenta un’anomalia ormai difficilmente giustificabile. Sul differimento del Trattamento di fine servizio è intervenuta anche la Corte costituzionale che, con l’ordinanza n. 25 del 2026, ha ribadito come il Tfs costituisca una componente della retribuzione, sia pure differita, evidenziando le criticità di una disciplina che costringe i dipendenti pubblici ad attendere anche anni per percepire somme già maturate.
Pur non dichiarando immediatamente illegittima la normativa vigente, la Consulta ha rivolto un forte monito al legislatore affinché intervenga per superare questa anomalia, fissando una nuova udienza al 14 gennaio 2027 proprio per verificare gli interventi che governo e Parlamento avranno adottato. Una scadenza che rende la prossima legge di bilancio il passaggio decisivo per affrontare definitivamente la questione.
Raccogliere il richiamo della Corte costituzionale
“Ci aspettiamo che il governo raccolga il richiamo della Corte costituzionale e intervenga finalmente per superare il differimento del Tfs”, prosegue Cigna. “La prossima legge di Bilancio – aggiunge – non può limitarsi a riproporre soluzioni parziali o, peggio ancora, misure come quelle introdotte con l’ultima manovra, che per molti lavoratori andati in pensione di vecchiaia si sono trasformate in una vera beffa. Ricevere il Tfs oltre dodici mesi significa infatti perdere anche l’agevolazione fiscale prevista dalla normativa. Sarebbe paradossale continuare a penalizzare chi ha già lavorato una vita. Il Tfs è salario differito e deve tornare a essere corrisposto in tempi fisiologici.”
Per la Cgil il caso sollevato dal Silp dimostra ancora una volta quanto sia urgente una riforma complessiva. Da un lato occorre eliminare le inefficienze amministrative che rallentano la definizione delle pratiche; dall’altro è indispensabile superare definitivamente una disciplina che continua a trattare il Tfs come una variabile di finanza pubblica e non come ciò che realmente è: una parte della retribuzione dei lavoratori, maturata nel corso dell’intera vita lavorativa e da corrispondere senza ulteriori e ingiustificati ritardi.






















