Lavorano ancora nei settori più bassi del sistema economico, soprattutto nell’assistenza alle famiglie, in ediliza e nel commercio, anche se qualcuno cerca di diventare imprenditore. In forte crescita l’adesione al sindacato: 800 mila tesserati. Ecco la nuova fotografia dell’immigrazione in Italia contenuta nel Dossier Caritas/Migrantes alla sua diciottesima edizione. Ormai gli immigrati sfiorano i 4 milioni. Svelato il mistero delle cifre dissonanti con l’Istat


Finalmente svelato il mistero delle doppie statistiche sull’immigrazione. Nel Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes 2008, alla diciottesima edizione, presentato oggi a Roma e considerato ormai il punto di riferimento obbligato per tutti coloro che si occupano di immigrazione, i curatori spiegano il perché della differenza tra le loro cifre e quelle ufficiali dell’Istat, una differenza che nel corso della passata legislatura aveva suscitato anche l’intervento critico del ministero dell’Interno, allora guidato dall’onorevole Giuliano Amato. La consistenza degli immigrati regolari in Italia si aggira tra i 3,5 milioni di residenti accertati dall’Istat e i 4 milioni ipotizzati dal Dossier. Ecco la versione di Franco Pittau, da anni coordinatore nazionale del Dossier. “Noi includiamo nel conteggio anche le presenze regolari che, a causa delle procedure molto lunghe, ancora non sono registrate in anagrafe: è come se anticipassimo di un anno l’inserimento dei nuovi venuti presso i rispettivi Comuni”.

Sia per l’Istat che per il Dossier la popolazione immigrata è aumentata di diverse centinaia di migliaia. In Italia risultano presenti 3.987.000 persone che sono regolarmente registrate. La cifra non comprende quindi tutta la fascia dell’immigrazione irregolare ed è comunque superiore a quella registrata ufficialmente nelle statistiche dell’Istat che parlano di 3.432.651 immigrati regolari. Ipotizzando 250 mila nuovi ingressi l’anno, nel 2050 la popolazione attiva in Italia scenderà da 39 a 31 milioni, mentre gli ultrasessantacinquenni, attualmente 12 milioni, diventeranno 22 milioni. Sempre nel 2050 la presenza degli immigrati risulterà più che triplicata, con 12,4 milioni di persone e un’incidenza del 18%: senza di loro il nostro accentuato processo di invecchiamento pregiudicherebbe seriamente le capacità produttive del paese.

Fatta questa precisazione metodologica, e proiettate nel futuro le statistiche di oggi, nel Dossier – per semplificare il discorso - si ricorda che gli immigrati sono 1 ogni 15 residenti in Italia e 1 ogni 15 studenti a scuola, ma quasi 1 ogni 10 lavoratori occupati; inoltre, in un decimo dei matrimoni celebrati in Italia è coinvolto un partner straniero, così come un decimo delle nuove nascite va attribuito a entrambi i genitori stranieri. La maggior parte vive nel nord Italia. La Lombardia è ancora la prima regione in quanto a presenza. Il Lazio ha un numero di immigrati pari a quello di tutte le regioni meridionali. La comunità più rappresentata è quella romena, che risulta raddoppiata nel giro di soli due anni: oggi conta 625mila residenti e, secondo le stime del Dossier, quasi 1 milione di presenze regolari. Al secondo posto ci sono gli albanesi con 402 mila presenze e subito dopo i marocchini a quota 366 mila. Mentre un poco al di sopra e un poco al di sotto delle 150mila unità si collocano, rispettivamente, le collettività cinese e ucraina. In termini percentuali gli europei rappresentano il 52% del totale degli stranieri residenti in Italia, gli africani il 23,2%, gli asiatici il 16,1% e gli americani l’8,6%. Secondo le stime del Dossier la regione con il maggior numero di stranieri regolari è la Lombardia (953.600 presenze pari al 23.9% del totale), seguita dal Lazio (480.700 pari al 12,1% del totale) e dal Veneto (473.800 pari all’11,9% del totale).

Molto interessante e densa di dati la parte del Dossier che riguarda il lavoro
In Italia lavorano circa un milione e mezzo di immigrati, che rappresentano il 10% degli occupati in diversi comparti. Come è successo in tutta la storia dell’immigrazione italiana, la maggior parte degli immigrati occupati si concentra al nord. A Brescia, si legge nel Dossier Caritas/Migrantes, è nato all’estero un lavoratore su cinque occupati. A Mantova, Lodi e Bergamo uno su sei. A Milano, uno su sette. In tutta la Lombardia quasi la metà dei nuovi assunti (45,6%) è nata all’estero. Nel Veneto, all’inizio del 2000, c’erano nelle aziende di diversi comparti industriali circa 20 mila immigrati. Ora sono diventati 40 mila.

Un segnale della trasformazione radicale del mondo del lavoro che sta avvenendo in questo periodo riguarda le iscrizioni al sindacato. Il tasso di iscrizione è molto alto e in numero assoluto i tesserati immigrati hanno ampiamente superato la cifra di 800 mila lavoratori. E siccome una fascia di consistente di iscritti ai sindacati italiana è attualmente pensionata, il grado di adesione degli immigrati al sindacato risulta ancora più alto se si misura solo sui lavoratori attivi. Mentre infatti la percentuale di iscritti al sindacato sul totale dei lavoratori è del 5%, la percentuale sul totale degli iscritti tra i lavoratori attivi raggiunge ormai il 12%.

Il Dossier immigrazione 2008, per tentare di rendere conto del peso delle attività dei cittadini stranieri nella nostra economia, cita una stima di Unioncamere, secondo la quale gli immigrati concorrerebbero per il 9% alla creazione del Pil, tre punti in più rispetto all’incidenza sulla popolazione, maggiorazione ben comprensibile alla luce del loro più alto tasso di attività. Ovviamente, come tutti gli individui che appartengono alla comunità nazionale, anche gli immigrati hanno un costo in termini di servizi e assistenza. I Comuni italiani spendono specificamente per gli immigrati il 2,4% della loro spesa sociale (nel 2005, ultimo dato disponibile, 137 milioni di euro). Tenendo conto che gli immigrati sono fruitori anche di servizi a carattere generale, si può stimare che attualmente per loro si possa arrivare a una spesa sociale di un miliardo di euro, ampiamente coperti dai 3,7 miliardi di euro che, secondo una stima del Dossier, essi assicurano come gettito fiscale.

Tra il 2005 e il 2007 sono state presentate circa 1 milione e 500 mila domande di assunzione di lavoratori stranieri da parte delle aziende e delle famiglie italiane: 251 mila nel 2005, 520 mila nel 2006 e 741 mila nel 2007, con una incidenza sulla popolazione straniera già residente rispettivamente del 10%, del 20% e del 25% (ma addirittura del 33% rispetto ai lavoratori stranieri già occupati). I flussi registrati nell’ultimo decennio sono tra i più alti nella storia d ’Italia – rileva il Dossier. Poiché nel 2007 la quota iniziale di 170 mila ingressi non è stata integrata – e tenendo conto delle domande presentate - è possibile ipotizzare la presenza di almeno mezzo milione di persone già insediate in Italia e inserite nel mercato del lavoro nero (e a volte sprovviste di permesso di soggiorno). Il che solleva dalla necessità di una più efficace gestione del mercato occupazionale. Per questo Caritas/Migrantes chiedono interventi più organici. E infatti – si legge nel Dossier – non potranno essere i Centri di identificazione e di espulsione e gli interventi repressivi a regolare il fenomeno.

E’ necessario rendere più flessibile il ricorso alle quote, anziché chiudere pregiudizialmente l’afflusso di immigrati in Italia. Così la pensano i responsabili del Dossier. Invece di irrigidirsi su tetti di entrata e di regolarizzazione decisi a tavolino, sarebbe molto più proficuo ragionare in modo elastico sulle quote, anche in base alle esigenze delle imprese e del sistema economico in generale.

Il numero degli immigrati e il ritmo della loro crescita impongono che le procedure burocratiche per il soggiorno siano più agibili. Attualmente i termini di legge costituiscono un “diritto di carta” che non viene rispettato. L’acquisizione dei documenti necessari per il disbrigo delle pratiche è diventata una sorta di corsa a ostacoli, costosa in termini di tempo e di soldi. Pensiamo ai visti ai permessi di soggiorno, ai ricongiungimenti familiari, alle pratiche per la cittadinanza. Le procedure per l’inserimento nel mondo del lavoro erano già problematiche al momento della loro introduzione nel 1986 e lo sono diventate ancor di più a partire dal 2002, quando sono state rese più rigorose, anche perché nel frattempo è aumentato notevolmente il numero degli immigrati di cui gestire il collocamento. È lo stesso decreto annuale sui flussi a registrare le sacche di regolarità che si formano.

Nel frattempo risulta in crescita anche la propensione degli immigrati verso forme di imprenditorialità di base. Il fenomeno è molto recente e riguarda gli ultimi anni. Circa l’85% delle aziende con titolari immigrati è stato infatti costituito dal 2000 in poi. La collettività straniera che vanta tra le sue fila il maggior numero di imprenditori è quella marocchina, con 20 mila figure di questo tipo. Subito dopo – sempre dal punto di vista dei numeri dell’imprenditorialità - arriva quella romena, tuttora in forte crescita, seguita dalla comunità cinese. Anche gli imprenditori albanesi non sono pochi con le loro 17 mila presenze. Il grosso dell’iniziativa degli immigrati che decidono di mettersi in proprio si concentra tra l’edilizia e il commercio: per entrambi i settori risultano 4 imprese su 10. Si tratta quindi, almeno per ora, di forme ancora rudimentali di imprenditorialità. Spesso in edilizia i lavoratori stranieri sono costretti ad aprire la partita Iva per poter lavorare nei cantieri alle dipendenze di altre ditte subappaltatrici. Un fenomeno analogo si registra nei diversi settori del commercio, a proposito delle licenze. Per obbligo o per scelta, ci sono comunque sempre più immigrati che tentano il grande salto.