Settant’anni dopo la tragedia di Bois du Cazier, ricordare i 262 lavoratori morti nella miniera di Marcinelle significa fare molto più che commemorare una delle pagine più drammatiche della storia del lavoro europeo. Significa interrogarsi sulle responsabilità di ieri e su quelle di oggi, perché quella tragedia non fu il frutto della fatalità, ma la conseguenza di precise scelte economiche, politiche e sociali. Quegli uomini – italiani, belgi e lavoratori provenienti da dodici diverse nazionalità – erano padri, figli, compagni. Persero la vita perché il carbone valeva più della loro sicurezza e la produzione più della loro esistenza.

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La verità dietro la tragedia

Per troppo tempo Marcinelle è stata raccontata come una sciagura inevitabile. La realtà è diversa. Gli investimenti necessari per mettere in sicurezza la miniera erano stati rinviati, gli allarmi lanciati dai lavoratori erano rimasti inascoltati e chi affrontava ogni giorno i rischi maggiori era anche chi disponeva di meno diritti e di minori strumenti per far sentire la propria voce. Dietro quella tragedia c’era un sistema che accettava il sacrificio delle persone in nome della produttività.

È questa la lezione che il Bois du Cazier continua a consegnarci. La memoria non può limitarsi al ricordo delle vittime: ha valore soltanto se diventa uno strumento per impedire che tragedie simili possano ripetersi.

Il lavoro continua a pagare il prezzo del profitto

Le miniere sono quasi scomparse dall’Europa, ma non è scomparsa la logica che rese possibile la tragedia di Marcinelle. Nel mondo del lavoro del 2026 continuano a morire migliaia di persone perché investire nella salute e nella sicurezza viene ancora considerato un costo da contenere. I lavoratori più vulnerabili occupano spesso gli impieghi più pericolosi, più precari e meno tutelati. In molte realtà la protezione sociale, la sicurezza sul lavoro e perfino la contrattazione collettiva vengono considerate un ostacolo anziché un investimento.

Anche alcuni governi continuano a presentare i diritti dei lavoratori come un freno alla competitività. È una narrazione pericolosa, perché finisce per giustificare la riduzione delle tutele e per alimentare l’idea che il profitto possa prevalere sulla vita delle persone. Marcinelle dimostra esattamente il contrario: quando il lavoro perde diritti, aumenta il rischio di nuove tragedie.

Migrazioni, integrazione e dignità del lavoro

La storia di Marcinelle parla anche di migrazione. Molti dei minatori morti nel disastro del 1956 avevano lasciato il proprio Paese per cercare un futuro migliore. Anche oggi milioni di lavoratori migranti svolgono le attività più pesanti e meno protette.

Una politica migratoria fondata sui diritti, sulla regolarizzazione, sull’integrazione e sul dialogo sociale rappresenta non soltanto una scelta di civiltà, ma anche una scelta economicamente efficace. Proteggere chi lavora significa contrastare lo sfruttamento, ridurre il lavoro nero, rafforzare le finanze pubbliche e consolidare i sistemi di protezione sociale.

I lavoratori migranti non sono un costo per le nostre società. Lo sfruttamento dei lavoratori migranti, invece, produce un costo enorme sul piano umano, economico e democratico.

Quando il potere si concentra nelle mani di pochi

Marcinelle insegna anche che gli incidenti sul lavoro non dipendono esclusivamente da errori tecnici. Sono spesso il risultato di rapporti di forza profondamente squilibrati. Nel 1956 pochi prendevano le decisioni e molti ne subivano le conseguenze. Alcuni accumulavano profitti, altri scendevano ogni giorno nel sottosuolo. Alcuni percepivano dividendi, altri respiravano polvere.

Quel modello non appartiene soltanto al passato. Oggi la ricchezza, il potere economico e l’influenza politica continuano a concentrarsi nelle mani di una ristrettissima élite. Sono cambiati i protagonisti, sono cambiate le imprese e sono cambiate le forme del lavoro, ma resta attuale il rischio che gli interessi economici prevalgano ancora una volta sull’interesse collettivo.

La Confederazione sindacale internazionale definisce questa deriva un vero e proprio “colpo di Stato dei miliardari”: un’alleanza globale tra interessi economici, forze politiche estremiste e populiste e leadership autoritarie che mette sotto pressione la democrazia, i diritti sindacali e le istituzioni democratiche. Quando la ricchezza e il potere si concentrano nelle mani di pochi, arretra inevitabilmente anche la capacità delle persone di incidere sulle decisioni che riguardano il proprio lavoro e la propria vita.

Senza sindacati non c’è democrazia

La storia di Marcinelle dimostra che i sindacati non sono mai stati il problema. Sono sempre stati parte della soluzione. Prima della tragedia i rappresentanti dei lavoratori avevano denunciato le condizioni degli impianti e segnalato i rischi. Avevano intuito ciò che stava per accadere, ma le loro richieste non furono ascoltate.

Quella lezione resta drammaticamente attuale. In tutto il mondo aumentano le violazioni delle libertà sindacali. Anche in Paesi considerati solide democrazie il diritto di sciopero viene contestato, la contrattazione collettiva viene indebolita, i sindacati vengono attaccati e i rappresentanti dei lavoratori sono oggetto di intimidazioni.

Indebolire i sindacati significa indebolire la democrazia. E quando la democrazia arretra nei luoghi di lavoro, aumentano anche i rischi per chi lavora. I sindacati difendono i salari, la salute, la sicurezza, la protezione sociale e la dignità delle persone. Difendono, in ultima analisi, la qualità stessa della democrazia.

Una memoria che obbliga ad agire

Il modo più autentico per rendere omaggio ai 262 minatori del Bois du Cazier non consiste soltanto nel conservarne il ricordo. Significa impegnarsi affinché nessun lavoratore venga mai più sacrificato in nome del profitto. Significa difendere ovunque la libertà sindacale, la contrattazione collettiva, la salute e la sicurezza sul lavoro, i diritti dei lavoratori migranti, una protezione sociale universale e istituzioni democratiche capaci di garantire giustizia ed equilibrio.

La memoria acquista significato soltanto quando si traduce in responsabilità. Marcinelle continua a parlarci perché ci ricorda che la solidarietà resta più forte della paura e che i lavoratori sono sempre più forti quando restano uniti. È questa l’eredità lasciata dai 262 uomini che il mondo del lavoro continua a ricordare a settant’anni dalla tragedia.
 

Luc Triangle è il segretario generale della confederazione internzionale dei sindacati CSI-ITUC

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