Il Covid contratto in occasione di lavoro è un infortunio. Collettiva, riprendendo l’appello dell’Inca, il patronato della Cgil, lo ha scritto a luglio e lo ripete oggi, ricordando a tutti che ci sono tre anni di tempo per denunciare l’infortunio, anche nel caso in cui, in un primo momento, sia stato trattato come periodo di malattia. “Se avete conservato i documenti che attestino la positività (il certificato del tampone) e la malattia (il certificato medico), anche chi lo ha contratto nel 2020 e non lo ha denunciato come infortunio può farlo adesso, è ancora in tempo”, ripete con determinazione Sara Palazzoli, componente del Collegio di Presidenza dell’istituto che segue il settore di attività dedicato alla salute e alla sicurezza.

Ricordandoci che “stare a casa in seguito a Covid denunciato come infortunio sul lavoro non incide sul periodo di comporto, il tempo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro. Se si supera tale periodo si rischia il licenziamento per giusta causa”.

L’appello torna attuale dopo le ultime due notizie che, nell’ambito del contagio in occasione di lavoro, hanno dimostrato quanto sia utile esercitare il proprio diritto per ottenere i risarcimenti spettanti per legge. Due casi nei quali si è fatta giustizia grazie alla caparbietà dei lavoratori e al lavoro tenace degli operatori dell’Inca e dei suoi esperti consulenti medici, che hanno seguito e accompagnato gli utenti fino al riconoscimento del diritto.

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Il primo caso arriva da Milano, dove il patronato della Cgil ha ottenuto il riconoscimento del contagio da Covid come infortunio professionale, contratto in itinere, nel tragitto casa-lavoro, per un cantante della Scala, nonostante la positività si fosse verificata addirittura prima della individuazione del “paziente zero” di Codogno. “Denunciate il vostro contagio, anche se dovessero essere passati due anni, perché la normativa antinfortunistica consente tre anni per inoltrare la richiesta e ottenere la tutela Inail”, ripete Sara Palazzoli.

Nel concreto, questo riconoscimento quali effetti ha avuto per il lavoratore? “Il nostro assistito è riuscito a ottenere la piena copertura retributiva del periodo di assenza dal lavoro, attraverso il pagamento dell’indennità temporanea Inail, che sarebbe stata solo parziale se il contagio fosse stato trattato come malattia comune da parte dell’Inps. Inoltre – ci ha spiegato la dirigente del patronato – è importante denunciare i contagi perché è il presupposto per avere garantita la tutela anche in caso di aggravamento delle condizioni di salute per dieci anni. Considerando la scarsa conoscenza scientifica delle conseguenze a lungo termine dell’infezione da Covid, si tratta di un aspetto tutt’altro che marginale”.

E arriviamo così alla seconda notizia di queste ultime ore, altrettanto importante al fine di una corretta informazione ai cittadini. È recente, infatti, il caso di una operatrice sanitaria ospedaliera di Pisa contagiata sul lavoro, alla quale, in prima istanza, l’Inail ha riconosciuto l’infortunio professionale, ma con postumi pari a zero, al contrario del parere espresso dal consulente medico legale del Patronato che, visitando la lavoratrice, aveva riscontrato una forma di diabete, inesistente prima di aver contratto il virus. “Solo dopo opportune ricerche – ci ha detto Sara Palazzoli – è stato riconosciuto il nesso causale tra questa patologia e il coronavirus. Circostanza che ha permesso all’Inca di ottenere dall’Inail, tramite ricorso amministrativo, il riconoscimento di postumi permanenti, con un grado del 16%. È importante sottolineare, una volta di più, che il riconoscimento dei postumi può avvenire solo nel caso in cui si sia denunciato il contagio in occasione di lavoro come infortunio”.

Anche in questo caso vediamo quali sono stati gli effetti concreti del riconoscimento. “La lavoratrice, a cui originariamente non era stata attribuita alcuna prestazione economica, grazie all’intervento dell’Inca Cgil ha ottenuto una rendita Inail a vita, il cui importo mensile potrà essere peraltro adeguato in relazione a eventuali peggioramenti del suo stato di salute”.

Denunciate, quindi. Denunciate il vostro contagio da Covid in occasione di lavoro come infortunio. Anche se risalga a più di due anni fa. Perché è un vostro diritto e perché avrete effetti concreti, quanto vi spetta per legge, e potrete, da qui a dieci anni, nel caso in cui riscontraste postumi dovuti alla positività al virus, ottenere un risarcimento dall’Inail. E chiedete aiuto agli esperti del patronato della Cgil che sono a vostra disposizione e possono essere contattati per mail all’indirizzo tutela.covid@inca.it, gestito direttamente dall’Inca nazionale.