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Da pochi giorni l’Istat ha pubblicato il report sull’occupazione, tasso di disoccupazione bassissimo, peccato che aumentino le donne inattive e quelle precarie. Questa la peculiarità del lavoro femminile nel nostro Paese: non solo siamo fanalino di coda per tasso di occupazione femminile, ma quelle che lavorano sono più precarie, più povere degli uomini. E spesso, quando vittime di incidenti, l’infortunio è anche correlato alla loro condizione.
L’Amnil quest’anno, in occasione della Giornata internazionale delle donne, ha deciso di accendere un riflettore sul “lavoro fragile delle donne come condizione imposta”.
Precarietà imposta
Siccome i numeri dicono molto più di tante parole, li prendiamo in prestito dallo studio Amnil per scoprire che: “Nel 2024, il nostro Paese è precipitato di 24 posizioni nel "Global gender gap report" del World economic forum classificandosi all'ottantasettesimo posto nel mondo in tema di equità tra lavoratori e lavoratrici. Sempre nel 2024, l'aumento delle assunzioni al femminile nasconde, in realtà, un dato sconcertante: solo il 13,5% delle donne ha ottenuto un'assunzione a tempo indeterminato (circa una su dieci) aumentando esponenzialmente l'accesso a contratti part-time "involontari", ovvero imposti”.
Le ragioni della precarietà
Le donne lo sanno, ma che a dirlo sia un’organizzazione autorevole come Amnil magari serve: “Questa imposizione deriva da un limite determinato dalle carenze nel nostro sistema di welfare: dopo la maternità quasi due donne su dieci lasciano il lavoro; chi riesce a sostenere l'impegno lavorativo non arriva a poter assicurare il tempo pieno per l'assenza di supporto statale alla cura dei figli minori ripiegando, in maniera coatta, su impieghi part-time”.
Figli ma anche anziani
E già, perché sempre in gran parte sulle donne ricade anche il lavoro di cura nei confronti di anziani e anziane o di familiari non autosufficienti. Siamo un Paese che si è dato un ministero per la disabilità ma non riesce a finanziare adeguatamente la legge sulla non autosufficienza o darsene una dignitosa che riconosca il ruolo dei cargiver. Per non parlare dei servizi alla persona dedicati agli anziani praticamente inesistenti.
La trappola del tempo parziale
Il part time viene spacciato come strumento di conciliazione, nella realtà e strumento di segregazione. Lo praticano soprattutto le donne, le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part-time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi. Precarietà e part time vanno a braccetto con dequalificazione professionale e con lavoro povero.
Capire i fenomeni serve
Micaela Cappellini è una ispettrice del lavoro toscana, è stata invitata da Amnil a studiare dal suo punto di vista quello di una ispettrice del lavoro appunto, l’occupazione femminile. Il quadro che ci restituisce è desolante davvero. Secondo Cappelini, pur essendo “poche” le donne al lavoro si registra: “una prevalenza femminile in tutti i tipi di dimissione (volontaria, giusta causa, risoluzione consensuale)”. E guarda un po’ l’età in cui si concentrano le dimissioni va dai dai 29 ai 44 anni. Esattamente gli anni in cui si decide di avere figli.
Le ragioni delle dimissioni
Ma ancor più sconvolgente, anche se forse scontato, sono le ragioni delle dimissioni. Dice ancora Cappellini: “Ma soprattutto ciò che emerge è che per le convalide femminili la motivazione prevalente è la difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura del bambino/a (74,7% per 2023 e 77,5 % per 2024) e l’assenza di servizi (il 45,2% nel 2023, il 47,5% nel 2024); invece, per le convalide maschili la motivazione principale di recesso è di carattere professionale”.
La premier nemica delle donne
Quali sono le norme approvate in tre anni mezzo di governo con a capo Meloni utili ad invertire queste tendenze? Nessuna. Dove sono gli asili nido previsti dal Pnrr per cominciare a dare risposte? Dimezzati. Perché per la destra al governo il modello femminile da preferire è quello delle donne madri e possibilmente casalinghe, o se proprio voglio lavorare che lo facciano per poco tempo così da occuparsi dei figli. E se Cappellini sottolinea come per affrontare come le donne stanno nei luoghi di lavoro, la collaborazione tra Ispettorato nazionale del lavoro e consigliere di parità, Meloni sembra aver pensato di eliminarle. Staremo a vedere.
Che fare?
Nel frattempo, qualche suggerimento arriva da una donna che pur occupandosi di una figlia, cerca di fare il proprio lavoro con passione e intelligenza. Conclude Micaela Cappelini: “Tutelare il lavoro delle donne non significa solo la verifica contrattuale, normativa e previdenziale, ma soprattutto poter capire come la società italiana distribuisce tempo, reddito e potere; in questo senso le attività di Inl potrebbero essere uno dei punti di riferimento per politiche di gender mainstreaming e, dunque, anche di orientamento politico in tema”.






















