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La chimica di base europea è a un bivio. E il tempo, avvertono i sindacati, sta finendo. Il 15 gennaio a Bruxelles si è svolto un vertice di emergenza tra le organizzazioni sindacali del settore, coordinate da IndustriAll Europe, i rappresentanti della Commissione Europea e le imprese chimiche. Al centro del confronto una crisi che si allarga di mese in mese e che rischia di travolgere uno dei pilastri industriali dell’Unione.
Con circa 1,2 milioni di addetti, la chimica è stata definita “l’industria delle industrie” dal vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Stéphane Séjourné. Ma oggi il settore paga una combinazione di fattori che ne sta erodendo competitività e occupazione: prezzi energetici strutturalmente elevati, sovraccapacità produttiva globale, pratiche commerciali sleali, delocalizzazioni, domanda interna debole e strumenti di difesa commerciale giudicati lenti e insufficienti.
Chiusure, licenziamenti e perdita di capacità produttiva
Il bilancio è già pesante. Nell’Unione Europea sono state annunciate 21 chiusure e altre potrebbero seguire nei prossimi anni. I licenziamenti in corso coinvolgono circa 30 mila lavoratori, ma le stime contenute nel documento presentato dai sindacati parlano di un rischio fino a 200 mila posti di lavoro persi entro cinque anni, se non verranno adottate misure correttive.
Mentre Stati Uniti, Cina, India e Medio Oriente espandono le proprie capacità chimiche grazie a energia più economica, sostegni pubblici e regole meno stringenti, in Europa si perdono cracker, impianti di chimica di base, siti industriali integrati e investimenti in ricerca e sviluppo. Una dinamica che indebolisce l’intera catena industriale continentale.
Le richieste di IndustriAll Europe
Per rispondere a questa crisi, IndustriAll Europe ha presentato alla Commissione un documento articolato in quattro punti: garantire sicurezza e prospettive occupazionali alle lavoratrici e ai lavoratori della chimica; assicurare prezzi energetici accessibili e accelerare lo sviluppo delle rinnovabili; stimolare la domanda di prodotti made in Europe; rafforzare regole di commercio equo a livello internazionale.
Il ruolo della Commissione e di DG Grow
Nel confronto è intervenuta Kerstin Jorna, direttrice generale della Dg Grow, la Direzione generale della Commissione Europea responsabile delle politiche su mercato interno, industria, imprenditoria e piccole e medie imprese. Jorna ha sottolineato la necessità non solo di salvaguardare le produzioni di chimica di base e i cracking, ma di espanderle e modernizzarle, anche in un’ottica di riduzione delle emissioni.
Secondo la Commissione, gli impianti europei non sono più sufficienti e il costo dell’energia rende queste produzioni sempre meno competitive, come dimostra la perdita di circa 2,5 milioni di tonnellate di output produttivo, con un trend ancora negativo. Il percorso annunciato dovrebbe concludersi entro luglio e prevede decisioni su revisione dell’Ets, finanziamenti per la competitività e il derisking, commercio equo e rafforzamento del made in Europe, con il coinvolgimento diretto delle organizzazioni sindacali.
Falcinelli, Filctem: “In gioco la sovranità industriale europea”
Un punto ribadito anche da Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem Cgil. “Se chiudono i cracking – ha affermato – si perde la possibilità di produrre monomeri e molecole strategiche utilizzate da tutta la chimica e da gran parte dell’industria. Significa rinunciare al governo dei processi produttivi”.
Per Falcinelli, la sostenibilità ambientale è un obiettivo perseguibile grazie alle tecnologie disponibili, ma le chiusure e le dismissioni rischiano di consegnare l’Europa a una dipendenza strutturale dai Paesi extra Ue. Una scelta che, in un contesto globale sempre più instabile, equivarrebbe a rinunciare alla sovranità industriale e occupazionale.






















