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L'intervista

Un contratto «innovativo»: la sfida della Fiom

Foto: Marco Merlini
Marco Togna
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"Lo scorso rinnovo si è chiuso praticamente senza salario, stavolta la nostra piattaforma è economicamente ambiziosa", spiega la segretaria generale dei metalmeccanici Cgil Francesca Re David. Trattativa con Federmeccanica al via, stabiliti due incontri a settimana

“Un accordo senza aumenti è impensabile. Lo scorso rinnovo si è chiuso praticamente senza salario e con l’impegno, non mantenuto dalle aziende, di estendere la contrattazione integrativa. I metalmeccanici italiani, insomma, si sentono in credito”. I primi due appuntamenti per il nuovo ccnl Federmeccanica-Assistal 2020-2022 si tengono oggi (mercoledì 16) e giovedì 17 settembre, spiega la segretaria generale della Fiom Cgil nazionale Francesca Re David, rimarcando che la trattativa si annuncia serrata, con due incontri a settimana, con le delegazioni sia in presenza sia collegate in videoconferenza. E con una grande novità: i vertici non saranno solo a Roma, ma anche a Bologna, Reggio Emilia e altri territori.

“La trattativa è iniziata nel novembre 2019, ha vissuto mesi difficili, visto che con le imprese la discussione non è mai decollata fino in fondo, e quando stava per entrare nel vivo è scattato il lockdown”, racconta l’esponente sindacale. Il rinnovo interessa oltre un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori, operanti in imprese di ogni dimensione e dei settori più diversi, dalla siderurgia all’informatica, dal manifatturiero a tutte le grandi filiere dell’industria. “La piattaforma – aggiunge – ha avuto oltre il 90 per cento dei consensi: punta molto sul salario perché quello dei lavoratori dell’industria, e dei metalmeccanici in particolare, è davvero troppo basso. Il fatto che ci sia un calendario così intenso mi fa ben sperare che Federmeccanica non abbia lo stesso atteggiamento dimostrato dal presidente di Confindustria, e che quindi si possa arrivare in tempi ragionevoli a una soluzione soddisfacente”.

Il presidente Bonomi, appunto, ha parlato di “innovazione” nei contratti…

Anche noi siamo convinti che ci sia bisogno di innovazione. Ma se quella cui lui pensa è, ad esempio, l’eliminazione dell’orario di lavoro, va detto chiaramente che così ci riporta indietro di 150 anni. C’è bisogno, invece, di riorganizzare gli orari sia per combattere il rischio della perdita dei posti di lavoro sia per la digitalizzazione, c’è bisogno di valorizzare la formazione dei lavoratori, c’è la necessità, soprattutto, di redistribuire la ricchezza. Il rinnovo dei contratti nazionali, insomma, è il primo elemento da cui ripartire.

Facciamo un passo indietro: in quale contesto si tiene oggi il rinnovo del contratto? com’è la situazione industriale del Paese?

A partire dal 2016 l’industria italiana ha imboccato la strada di una forte ripresa, prima dell’emergenza epidemiologica lo stato di salute complessivo era molto buono. Il lockdown ha provocato il crollo della produzione industriale – qui è bene sottolineare che l’Italia è l’unico Paese che ha chiuso le imprese per legge: una scelta, avvalorata dai numerosi protocolli siglati con le parti sociali, che ha messo in sicurezza l’intera nazione e che ha avvicinato l’inizio della ripartenza – ma gli odierni segnali della ripresa, appunto, sono di gran lunga superiori alle migliori aspettative delle stesse imprese. 

Il tema della redistribuzione della ricchezza, dunque, si pone come centrale nella proposta unitaria per il rinnovo. 

Sì, economicamente la piattaforma è ambiziosa. Bisogna ricordare, inoltre, che il rinnovo precedente – pur avendo ‘salvato’ l’idea del contratto nazionale dopo anni di accordi separati, e centrato obiettivi importanti nei campi della formazione, della sanità integrativa, della salute e sicurezza – era stato praticamente senza salario, visto che questo si agganciava all’inflazione, che era prossima allo zero. Le imprese, per di più, non hanno rispettato la parte dell’accordo precedente che prevedeva la diffusione della contrattazione di secondo livello, che aveva appunto l’obiettivo di redistribuire la ricchezza. 

A quanto ammonta la vostra richiesta di incremento salariale?

Un accordo senza aumenti è impensabile, questo è il punto da cui partire. La nostra piattaforma stabilisce una valorizzazione dell’8 per cento sul trattamento economico dei minimi: per un lavoratore di quinto livello, in sostanza, sono 145 euro in più. Un aumento che intende accompagnare, come prevede il cosiddetto ‘patto della fabbrica’, i continui processi di innovazione e trasformazione dei settori produttivi e del mondo del lavoro. E che recupera il salario non redistribuito nel rinnovo precedente, come si diceva prima, proprio a causa della scarsa diffusione della contrattazione decentrata. Auspichiamo, in verità, anche un aiuto da parte del governo, cui chiediamo la detassazione degli aumenti contrattuali contenuti nei rinnovi.


Formazione, orario di lavoro, inquadramento, welfare integrativo: è impossibile dare conto di tutti i singoli aspetti trattati nella piattaforma. Un’eccezione però va sicuramente fatta per la questione degli appalti.

Nel mondo dell’industria sono tantissimi gli addetti degli appalti, le grandi imprese si servono sempre più di contoterzisti cui affidare singole lavorazioni. E sono anche quelli che durante il lockdown non si sono fermati, come i lavoratori che hanno continuato a far funzionare le reti, le infrastrutture, le telecomunicazioni. Ma sono lavoratori con diritti compressi al minimo, con l’aggravante che in ogni cambio appalto vengono licenziati o ripartono da zero, come fossero nuovi assunti. Chiediamo il diritto di assemblea di sito, le agibilità sindacali come gli spazi di affissione, il diritto ai servizi comuni come la mensa o gli spogliatoi, nonché l’introduzione della ‘clausola sociale’ per garantire loro un’occupazione stabile. Sono lavoratori che creano ricchezza ma non ne usufruiscono, dobbiamo assolutamente invertire questo ritorno al passato che li sta travolgendo.