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Tesla, il fiore all’occhiello di Elon Musk, l’auto elettrica e verde, nasconde un cavallo di Troia: l’union busting. Vale a dire: il boicottaggio dei diritti sindacali nelle sue fabbriche, dovunque esse si trovino. È quanto sostiene un gruppo di studiosi dell’Etui (l’istituto di ricerca del sindacato europeo) in un dossier dal titolo Tesla versus national models (firmato da German Bender, Ian Greer, Jenna Lea e Johannes Schulten).
Lo studio analizza tre casi di relazioni industriali conflittuali in stabilimenti Tesla: Svezia, Germania, Stati Uniti. E individua un filo rosso antisindacale, un vero e proprio conflitto globale che si declina in tre fisionomie locali. Il datore di lavoro è lo stesso, la filosofia manageriale è unica, ma le strategie per combattere i sindacati si adattano al Paese dove si svolge il conflitto. In Svezia si aggirano blocchi e scioperi di solidarietà. In Germania si entra nel consiglio aziendale per sabotare la Mibestimmung (il modello tedesco di cogestione). Negli Usa la vita è più facile: licenziamenti rapidi e mirati, e barriera contro qualsiasi tentativo di sindacalizzazione.
L’accusa: “Violazioni sistematiche”
Secondo gli studiosi Etui, “l'azienda ha sistematicamente contrastato il riconoscimento sindacale e la contrattazione collettiva in tre contesti nazionali distinti”. Il menu delle tattiche antisindacali Tesla comprende: “Il rifiuto di firmare accordi di contrattazione collettiva, l'invio massiccio di candidati antisindacali nei consigli di fabbrica, l'impiego di crumiri e lo sfruttamento di lacune legislative”.
La tesi del Report Etui è che il vero campo di battaglia sia nel Vecchio Continente. Tesla sarebbe insomma un “first mover” nel suo tentativo di esportare pratiche antisindacali americane in Europa.
Ricordiamo che a fine 2024 la forza lavoro globale di Tesla contava 126 mila persone, e che quello stesso anno l’azienda di Musk ha prodotto 1,8 milioni di vetture, tutte elettriche. Ha quindi dimensioni più piccole rispetto ad altre case automobilistiche. Ma sfrutta i sussidi pubblici perché produce elettrico al cento per cento.
Il caso svedese
Tesla è sbarcata in Svezia nel 2013, avviando l’attività di TM Sweden. Nel 2017 il sindacato IF Metall ha avviato un dialogo per negoziare un contratto collettivo a livello locale e nazionale, ma ogni tentativo è fallito. Dal no categorico dell’azienda è nato nel 2023 lo sciopero più lungo nella storia recente della Svezia, oltre due anni. I dipendenti in sciopero non erano molti, tra i cinquanta e i settanta. Ma - leggiamo nello studio Etui - “la posta in gioco era alta. Quattordici altri sindacati in Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia si sono rifiutati di svolgere lavori legati a Tesla per solidarietà”. L’azienda - sostiene lo studio - ha boicottato lo sciopero ricorrendo a crumiri, o importando vetture e materiali dalla Germania.
“Il rifiuto di Tesla di firmare un contratto collettivo è visto come una sfida fondamentale al modello svedese, uno dei cui pilastri istituzionali è che i datori di lavoro firmino contratti collettivi”, sottolineano i ricercatori Etui. In Svezia quasi il 90% dei lavoratori è coperto da un contratto collettivo. È il vero istituto che protegge i lavoratori. Non c’è una legislazione che intervenga su salario minimo, orario, sicurezza o altro. Un’azienda che non sottoscrive un contratto collettivo, in Svezia, sta sabotando il modello sociale nazionale, fa concorrenza sleale anche alle altre aziende.
Germania e Usa: tattiche diametralmente opposte, stesso obiettivo
Lo stabilimento di Grünheide, vicino a Berlino, è il quarto più grande impianto automobilistico in Germania. Tesla ha iniziato a produrvi auto nel 2022. Leggiamo nel rapporto Etui: “L’azienda è accusata di violare le norme consolidate delle relazioni industriali tedesche. Ha categoricamente escluso di firmare un contratto collettivo, ha lavorato per riempire il consiglio aziendale (Betriebsrat) di membri anti-sindacali ed è accusata dal sindacato dei metalmeccanici IG Metall di numerose violazioni del diritto del lavoro”. Lo scorso marzo IG Metall ha subito una grave battuta d’arresto nelle elezioni del consiglio aziendale. Grünheide conta 11.700 lavoratori con diritto di voto.
Invece negli stabilimenti di Austin, Fremont e Nevada Tesla “impiega più lavoratori di ciascuno degli stabilimenti sindacalizzati delle Big Three di Detroit negli Usa”. Il grosso del suo esercito di lavoratori si concentra qui. Solo a Fremont, in California, lavorano 20 mila persone. E fino a oggi qualsiasi e ripetuto tentativo di sindacalizzare la fabbrica da parte dell’Uaw (i metalmeccanici nordamericani) o di altre unions è stato fermato. Con ogni mezzo. Anche i licenziamenti.
La posta in gioco e il “paradosso verde”
Nei tre Paesi presi in esame non è mai stata la busta paga il punto di rottura, ma i ritmi intensi di lavoro, i controlli capillari, l’arbitrarietà delle decisioni. La manodopera Tesla - osservano gli analisti dell’Etui - è frammentata, giovane, poco qualificata e in larga parte immigrata. Gli ambienti di lavoro non salubri e uno stile di comando calato dall'alto sono i fattori che hanno innescato i tentativi di sindacalizzazione.
Ma la vera posta in gioco riguarda il rischio di contagio del modello di relazioni industriali Tesla, un’azienda che secondo l’Etui riesce a eludere sistematicamente la contrattazione collettiva. “Potrebbe sembrare il consueto caso di un’azienda americana che mina le istituzioni europee importando pratiche statunitensi - si legge nel rapporto -. Tuttavia l’ascesa di Tesla potrebbe portare in tutti e tre i Paesi a un cambiamento istituzionale tale da indebolire il potere del lavoro organizzato”.
C’è poi il nodo della “transizione giusta”. I sussidi pubblici per l’auto elettrica possono andare a un’azienda che non rispetta i diritti dei lavoratori?, si chiedono gli analisti dell’Etui rilevando un vero e proprio “paradosso verde”. L’Europa sostiene economicamente i produttori di auto elettriche, “con il risultato che chi non rispetta i diritti dei lavoratori, come Tesla, trae profitto dalle politiche per promuovere l’energia green. In queste circostanze - conclude amaramente il dossier Etui - la retorica su una ‘transizione giusta’ è sempre più distante dalla realtà dei lavoratori”.

























