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Definire Paola Caridi è difficile, certo giornalista e scrittrice, profonda conoscitrice del Medio Oriente, dall’Egitto a Gaza. Lì ha vissuto lì vorrebbe tornare. Conoscere per attivarsi, e Caridi è dove serve far comprendere ed è dove occorre muoversi, insieme ad altri, per affermare il potere dei senza potere. Nel corso dell’ultimo anno di iniziative e mobilitazioni partite dal basso, è stata la tessitrice di una rete fatta di fili e di nodi che connettono quanto nei margini e nei bordi della società italiana esiste: impegno, partecipazione, rivolta. Con Caridi parliamo di una rappresentazione teatrale che è anche uno dei nodi della rete.
La sera di Giovedì Santo, all'Auditorium di Roma, avete portato in scena “Specchi. Un dialogo a due voci”, la tua, Paola Caridi, e quella di Tomaso Montanari. A scandire le vostre parole la musica e la voce di Nabil Bey Salameh, artista palestinese. Da dove nasce “Specchi”?
Nasce da quello che abbiamo fatto per Gaza, su Gaza, su di noi, in questo ultimo anno. Avevamo già compiuto dei gesti pubblici, la lettera con la quale affermavamo l’esigenza di parlare della parola negata: “genocidio”. Poi abbiamo chiesto di esporre i sudari, di suonare le campane e proprio in quel periodo, all’inizio estate dello scorso anno, abbiamo cominciato a riflettere sul fatto che occorresse prendere parola. Era impellente il bisogno di una riflessione su come ci ha cambiato il genocidio e su quello che stava succedendo a Gaza con la nostra complicità. Sentivamo il bisogno di metterci in gioco, di guardarci e vedere riflessa in uno specchio la nostra immagine di fronte al genocidio. E alle nostre parole abbiamo sentito l’esigenza di aggiungere lo sguardo del nostro amico palestinese Nabil Bey Salameh
Questo dialogo, appunto a tre voci, è il racconto di Gaza, ma è anche un atto d'accusa nei confronti dell'Occidente. Protagonisti il mare e i corpi. I corpi degli abitanti di Gaza, ma anche i corpi di quelli che stanno da quest'altra parte del mare, in un gioco di rimando, di racconti, di accuse, ma anche di emozioni. Ho letto male?
Sono molto contenta di questa lettura, nel senso che c'è tutto. Non possiamo leggere questa storia senza coinvolgere tutto: l'analisi, la cronaca, la politica e nello stesso tempo anche quella che chiamiamo la commozione, cioè il muoversi assieme. Nessuno di questi elementi è escluso, così come non è escluso uno sguardo che metta insieme, non solo noi e loro, ma anche all'interno di questo noi molto largo, due persone molto diverse nell'esperienza di Gaza, come me e come Tomaso. Io ho visto Gaza, ci sono stata, Tomaso l'ha immaginata. Due sguardi necessari perché non possiamo essere solo noi che abbiamo visto Gaza a parlare di genocidio, perché il genocidio riguarda tutti. E specchi non è una pubblicazione ma appunto una rappresentazione in teatro, perché questo essere tutti insieme con i corpi vuol dire costruire una partecipazione a livello umano, culturale, etico e politico. Tutti insieme fuori, fuori dalle case. Così come fuori dalle case ci siamo trovati nelle piazze e nelle strade delle grandi manifestazioni. Il genocidio ci ha costretti e costrette a uscire di casa e a gridare insieme “non si può accettare”. Il teatro è dentro questo movimento di partecipazione non più frenabile.
Questa iniziativa, questo dialogo arriva dopo quasi un anno in cui i corpi degli uomini e delle donne di questo Paese si sono riappropriati della piazza e delle strade. È come se si fossero uniti fili e nodi di realtà che esistevano, ma che avevano bisogno di trovare una ragione per tornare a uscire fuori dalle case. Riguarda Gaza, ma riguarda anche noi.
Sì, riguarda la dimensione politica, intesa come partecipazione non solo alla cosa pubblica, ma alla dimensione comune di questo del Paese. Dimensione che avevamo perso per eccesso di delega, per delusione e disaffezione. Ma quello che è successo per Gaza è la punta dell'iceberg di quanto non abbiamo visto muoversi carsicamente nei margini della società. È stata una risposta corale, una vera e propria orchestra che non aveva mai provato, ma che si è trovata a suonare diversi strumenti per comporre una musica tutti assieme. Questo uscire tutti e tutte, prima sul web e poi nella dimensione decentrata, dovunque nelle 100 piazze d'Italia, nei margini, nei bordi, ci dice che c'era molto di nascosto che noi non abbiamo visto. Questo muoversi insieme è emerso perché è arrivato un fatto che dura da 3 anni, che continua a durare, il genocidio a Gaza è talmente enorme da diventare insopportabile, da dare quella spinta necessaria a mettersi in movimento.
Siamo dentro un paradosso. Le televisioni, i giornali nella stragrande maggioranza hanno accantonato Gaza. Eppure, mentre raccontano delle bombe su Beirut, le bombe continuano a cadere anche su Gaza. E le bombe su Beirut riguardano Gaza. Come si esce da questo paradosso?
Non so se sia un paradosso. Le bombe su Beirut e quelle su Gaza sono la stessa cosa, siamo noi a essere incapaci di far vedere quanto questo legame non solo sia forte, ma sia storico e componga la nostra dimensione mediterranea. Se pensi a Beirut, a Teheran, a Baghdad del 2003, vediamo una lotta assurda contro le città, ma le città cosa sono se non luogo ingovernabile proprio perché c'è la dimensione della piazza? La piazza è dimensione ingovernabile perché è il luogo in cui ci sono tutti, anonimi e tutti assieme, è l'inclusione. È per questo che non si può controllare e risistemare in una maniera estremamente coloniale il Medio Oriente, se non distruggendo le città. È questo che unisce Beirut a Gaza.
Questo dialogo è come se avesse consegnato a voi, che lo avete espresso, e a chi, seduto nella Piazza del Teatro, ascoltava una responsabilità non solo nei confronti di Gaza, ma nei confronti di noi da quest'altro lato del Mediterraneo. Che responsabilità abbiamo?
C'è una responsabilità, secondo me individuale, ma questa responsabilità individuale non si compone se non assieme, nella piazza. Piazza di qualsiasi tipo, dalla grande piazza fisica a quella del cerchio degli amici. L'unica cosa che non possiamo fare è stare in silenzio. In ogni caso, c'è una responsabilità: dire da che parte si sta. E questo ce l'hanno insegnato i ragazzi e le ragazze. Tutti i giorni, soprattutto in questi ultimi 3 anni. Dobbiamo sapere da che parte stare e dobbiamo dirlo, dirlo con le parole giuste. Dobbiamo dirlo perché, questa è una cosa che mi hanno insegnato le piazze arabe, non è vero che non pesiamo perché siamo senza potere. I senza potere non sono impotenti. L'ho detto fin troppo spesso, ma ci credo fermamente. Lo slogan delle rivoluzioni arabe era “Il popolo pretende che cada regime”. Tradotto significa che è dal popolo che arriva la legittimità del potere, del governo della cosa pubblica.
Questa affermazione richiama l'articolo 1 della Costituzione italiana
Esattamente, ma questo è il verso di una poesia tunisina antica di un secolo che è stato usato come slogan in tutte le rivoluzioni arabe. Questo significa che dobbiamo comprendere quanto anche noi pesiamo all'interno di un corpo politico. Quanto sia vero ce lo hanno dimostrato i ragazzi e le ragazze che sono andati a votare per il No al referendum. Non è detto che vadano a votare per le elezioni politiche, ma per difendere la Costituzione sì. Con quel voto ci hanno detto che la Costituzione è un programma politico, anzi è un progetto più che un programma. E allora abbiamo la responsabilità di comprendere quanto “pesiamo”. Pensiamo di essere senza peso, cioè senza potere, ma in questa storia pesiamo. Abbiamo perso l'abitudine di rivendicare il nostro peso, il nostro ruolo di “cittadini che pesano quanto chiunque altro”. Ma è proprio nella piazza che ciascuno può trovare il proprio posto, perché la piazza accoglie tutti. Guardando allo specchio il genocidio di Gaza, abbiamo trovato il nostro “peso”, uscendo dalle case. Sono fiduciosa, sono convinta che non torneremo a casa, rimarremo nelle piazze.




























