Una bambina di soli quattro mesi, da un giorno all’altro, non vede più la madre, in fuga disperata verso la sopravvivenza per curare l’altra figlia malata. La mamma in Italia, la piccola a Gaza. Fino a qualche giorno fa, quella bambina, che oggi ha due anni, non aveva mai assaggiato il latte, né quello naturale né quello artificiale, perché nella Striscia non si trova più nulla. Il suo unico pasto? Pane ammollato in acqua e lenticchie, mentre intorno a lei cadevano le bombe e per le forti piogge il fango invadeva la tenda dove dormiva con il padre e i quattro fratelli.
Mayada, questo il nome della donna, è dovuta partire per i problemi di salute di una delle figlie. Pochi giorni fa ha finalmente riabbracciato il marito e i figli, dopo due anni di attese, silenzi amministrativi e di decisioni urgenti dei giudici che hanno finalmente portato a una soluzione. A Gaza resta ancora un’altra figlia, maggiorenne, con due bambini, in attesa del ricongiungimento con il resto della famiglia.
È accaduto nella Capitale, dove l’ufficio immigrazione del patronato Inca Cgil di Roma Tiburtino ha accompagnato una cittadina palestinese rifugiata nel tentativo di riabbracciare il marito e i suoi figli rimasti nella Striscia di Gaza.
La fuga e la separazione
Mayada è arrivata in Italia nel marzo 2024. È fuggita dalla Striscia di Gaza in condizioni di estrema urgenza, legate a gravi problemi di salute di una delle figlie. La incontriamo, ora finalmente sorridente insieme al marito, nello studio dell’avvocata Giulia Crescini, legale di Inca nazionale che ha seguito il caso.
“Siamo dovuti andare via per curare mia figlia – ci spiega Mayada – aveva forti dolori e c’erano state complicazioni. Negli ospedali di Gaza non la potevano aiutare. I medici hanno fatto una richiesta di trasferimento in Egitto e abbiamo dovuto aspettare un mese per avere l’approvazione da parte di Israele”.
“Una volta in Egitto – continua – nel corso delle prime visite, sono arrivati alcuni medici italiani che valutavano i casi più urgenti da trasferire. Mia figlia era uno di questi casi. Ho dovuto lasciare tutta la mia famiglia: la piccola di quattro mesi, un ragazzo di dieci anni, una di tredici e un altro figlio di diciassette. Li ho lasciati lì con mio marito. Grazie a Dio mia figlia è stata operata e ora è sta bene”.
Nel frattempo, la famiglia, dopo la distruzione della casa, per due anni continua a vivere in una tenda, con carenza di acqua potabile, cibo e cure mediche. In quella situazione, a seminare morte, dopo le bombe, arrivano le forti piogge e il vento. Il marito, caduto in depressione, e i figli cercano di sopravvivere, anche se non hanno la possibilità di nutrirsi adeguatamente e mancano beni essenziali. Molti loro parenti, molti altri vicini, soprattutto bambini, non ce l’hanno fatta.
La domanda di ricongiungimento e il silenzio dell’amministrazione
“La signora è arrivata da noi nell’ufficio dell’Inca di via Ripa Teatina, in zona Rebibbia – racconta Elena Craciun, l’operatrice del patronato che ha accolto per la prima volta Mayada –. Ci ha raccontato che nella Striscia di Gaza era rimasta tutta la sua famiglia. Con la mia direttrice Sara Odoardi e l’Inca nazionale ci siamo subito attivati per il ricongiungimento familiare”.
Con l’assistenza dell’Inca Cgil, la donna presenta a fine luglio 2025 la domanda di nulla osta per il ricongiungimento familiare allo Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura di Roma. La legge stabilisce che l’amministrazione debba rispondere entro 90 giorni. Ma la risposta non arriva. Il 3 dicembre 2025 l’avvocata Giulia Crescini, legale dell’Inca Cgil, invia una diffida formale via Pec per sollecitare la decisione. Anche questa resta senza esito.
Nel frattempo, la situazione della famiglia a Gaza peggiora: bombardamenti, piogge e vento che colpiscono i campi di tende degli sfollati, mancanza di servizi essenziali. Circostanze che, secondo la documentazione depositata in tribunale, espongono i familiari a un rischio concreto per la vita e la salute.
Il ricorso urgente al tribunale
Di fronte all’inerzia dell’amministrazione, la legale dell’Inca decide di ricorrere al giudice con una procedura d’urgenza. Il caso arriva davanti alla Sezione diritti della persona e immigrazione civile del Tribunale di Roma. Il tribunale riconosce che il silenzio della pubblica amministrazione rappresenta un inadempimento ingiustificato, perché la legge impone di pronunciarsi sulla domanda entro un termine preciso.
Nel decreto si legge che questa inerzia è lesiva del diritto fondamentale al ricongiungimento familiare, tutelato sia dalla normativa italiana sia da strumenti internazionali come l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il giudice ha inoltre ricordato che la donna ha status di rifugiata: una condizione che, secondo la legge italiana, facilita il ricongiungimento e tiene conto delle difficoltà oggettive nel reperire documenti dal Paese d’origine.
La decisione: visto immediato per marito e figli
Considerata l’estrema urgenza, il tribunale adotta un provvedimento “inaudita altera parte”, cioè senza attendere il contraddittorio con l’amministrazione. Nel decreto il giudice riconosce sia la fondatezza giuridica della richiesta (“fumus boni iuris”), sia il rischio di un danno gravissimo e irreparabile se la famiglia dovesse restare a Gaza.
Per questo ordina al ministero degli Affari Esteri e alle autorità consolari competenti di rilasciare il visto di ingresso per motivi familiari al marito e ai figli minori, attivandosi anche con le autorità straniere per permettere il loro arrivo in Italia. E finalmente il telefono squilla.
“Abbiamo ricevuto una chiamata dalla ambasciata italiana a Gerusalemme e ci hanno informato che a breve saremmo dovuti uscire da Gaza – continua il marito –. Questa chiamata è arrivata in un momento molto critico della nostra vita: faceva molto freddo e c’era tanta pioggia, le tende erano allagate d'acqua. Dopo due giorni, era un venerdì, abbiamo ricevuto una chiamata dalla Croce Rossa palestinese in cui ci comunicarono che l’appuntamento per uscire da Gaza sarebbe stato il lunedì successivo. Il lunedì abbiamo aspettato l’autobus a un centro della Croce Rossa e da lì abbiamo raggiunto il valico dove c’era un rappresentante dell’ambasciata ad aspettarci con i visti per uscire. La sera siamo arrivati ad Amman in Giordania. In Giordania c’era il rappresentante della ambasciata italiana in Giordania ad accoglierci. Siamo stati trasferiti all’ospedale italiano ad Amman per due notti, poi con l’aereo siamo arrivati a Milano”.
L’appello per ricongiungere il resto della famiglia
Dietro questa decisione c’è anche il lavoro quotidiano di accompagnamento svolto dal patronato. L’ufficio immigrazione dell’Inca Cgil di Roma Tiburtino, specializzato in queste pratiche, ha seguito la donna passo dopo passo: dalla domanda di ricongiungimento alla diffida, fino alla scelta del ricorso urgente. A oggi però c’è ancora una figlia rimasta a Gaza, in attesa di avere fisicamente il visto, dopo l’ok della giudice.
“Il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in questo momento storico, sosteneva di non essere in grado di favorire l’uscita dalla Striscia di Gaza, anche a fronte di una sentenza di un giudice – spiega l’avvocata Giulia Crescini, legale di Inca Cgil –. Il caso di questa famiglia palestinese dimostra il contrario. Il dicastero non solo ha recepito l’ordine del giudice, ma è riuscito anche a far uscire le persone”.
“Abbiamo fatto due ricorsi paralleli – chiarisce la legale Marina Chetoni, che ha seguito il caso con Crescini –: uno per il visto per i figli minorenni e per il marito e un altro per la figlia maggiorenne e la sua famiglia. Abbiamo chiesto una decisione d’urgenza e il giudice, in entrambi i casi, ha risposto ordinando all’ambasciata di rilasciare immediatamente i visti per tutti i componenti del nucleo familiare”.
L’ambasciata si attiva rapidamente dopo la decisione del tribunale, ma solo per quanto riguarda il marito e i figli indicati nel primo ordine di ricongiungimento. Così, mentre il resto della famiglia riesce a raggiungere l’Italia, a Gaza rimane la figlia più grande.
Il suo visto, spiegano le legali, è di fatto pronto. Eppure, nonostante i ripetuti solleciti inviati nelle ultime settimane, la procedura non si è ancora sbloccata. Inca Cgil e la squadra legale che segue il caso continuano a lavorare per ottenere il via libera definitivo, chiedendo che venga data piena esecuzione al provvedimento del tribunale. Per ora, però, la ragazza attende ancora. E da Gaza non è arrivata nessuna chiamata.
(Montaggio video di Daniele Diez)


























