A due anni e mezzo dall’entrata in vigore della cosiddetta “tassa della salute”, introdotta dal governo italiano con la legge di bilancio 2024 ma mai applicata per la forte opposizione sindacale, le numerose incertezze applicative, la reticenza di tre delle quattro Regioni confinanti con la Svizzera e gli evidenti indizi di incostituzionalità accertati dal parere legale commissionato dalle organizzazioni sindacali italiane e svizzere, un altro importante tassello si aggiunge a confutare la norma. È la denuncia che si legge in un comunicato stampa di Cgil, Cisl, Uil, Unia, Ocst, Syna, Vpod e Syndicom. 

"Il parere commissionato dal Canton Ticino a un autorevole docente dell’Università di Friburgo proseguono – giunge infatti alle medesime conclusioni sostenute dalle organizzazioni sindacali: la tassa della salute, lungi dall’essere un contributo, è assimilabile a un’imposta e, conseguentemente, viola il trattato internazionale del 2020 tra Italia e Svizzera, introducendo una doppia imposizione”.

Per i sindacati la tesi della legittimità, oltre che dell’utilità in termini di deterrenza alla migrazione in Svizzera del personale sanitario, ormai sostenuta con ostinazione solo da Regione Lombardia, ancora priva di decreti attuativi a distanza di trenta mesi dall’entrata in vigore della norma, subisce dunque l’ennesimo colpo d’arresto, tanto nella sua credibilità quanto nella sua praticabilità.

Le organizzazioni sindacali nel ribadire la propria determinazione a ricorrere alla Corte costituzionale nel caso di effettiva applicazione della tassa, per dimostrarne l’illegittimità, invitano nuovamente all’abbandono definitivo del provvedimento e all’apertura di una discussione volta al superamento dei tanti problemi che questa fase ha aperto nel lavoro frontaliero, nella sede propria del tavolo interministeriale costituito con la legge 83/23 e mai reso effettivamente operativo.

Nel comunicato sono inoltre evidenti le preoccupazioni per le conseguenze determinate da due anni di scontro sulla tassa: “Questa vicenda ha prodotto caos interpretativo circa gli obblighi fiscali dei lavoratori frontalieri e ha determinato irrigidimenti da parte elvetica rispetto all’interpretazione del cosiddetto decreto omnibus per il lavoro trans-cantonale, che riguarda i lavoratori residenti in una provincia diversa da quella confinante con il Cantone in cui prestano la propria attività.

Oggi, inoltre, siamo di fronte al rischio molto concreto che venga meno il trasferimento dei ristorni, come conseguenza della violazione dell’accordo fiscale da parte dell’Italia. Una contromisura che, se attuata, produrrebbe un vero e proprio terremoto negli oltre 365 Comuni di confine, privandoli di risorse fondamentali per finanziare tanto la spesa corrente quanto gli investimenti delle comunità di frontiera".

I sindacati invitano ancora una volta a riprendere la strada del dialogo, facendo prevalere il buon senso e il rispetto delle regole definite con fatica in questi anni, che hanno portato i Parlamenti italiano e svizzero ad approvare trattati e leggi attuative all’unanimità.

“Per parte italiana – concludono –, si ritiri una tassa inutile ai fini della deterrenza alla migrazione in Svizzera del personale sanitario e di fatto inapplicabile. Per parte svizzera, si riconosca l’applicazione dell’opzione prevista dal decreto omnibus per i frontalieri trans-cantonali, garantendo il trasferimento dei ristorni fino al 2033, come previsto dal trattato internazionale del 2020 e dalle successive leggi applicative”.