“Non c’è niente di più legato alla nostra cultura di quello che questi ragazzi sono in grado di studiare e portare avanti: è il motivo per il quale ragioniamo di un liceo del made in Italy”. Così Giorgia Meloni il 3 aprile a Verona nel corso di Vinitaly 2023, tempio del made in Italy culinario. I luoghi contano, non sono mai neutrali. Non è stata dunque certamente casuale la scelta della premier.

Ma cosa sarebbe questo “nuovo” liceo? Il 31 maggio 2023 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge concernente “Disposizioni organiche per la valorizzazione, promozione e tutela del made in Italy” che interviene (artt. 13 e 14) sul settore dell’istruzione introducendo una nuova opzione per il liceo delle scienze umane. Quella, appunto, del liceo del made in Italy. Questa operazione non sarà indolore, perché elimina, a partire dallo scolastico 2024-25, l’opzione dell’indirizzo economico-sociale, il Les. Una sorta di cannibalizzazione che parrebbe non aver senso: il Les è infatti in salute. È stato attivato da ben 419 scuole, coinvolgendo 75.700 tra alunne e alunni ed è in forte crescita da quando nel 2021 è stato attivato.

Un'ottica neoliberista

Perché dunque sopprimerlo e non semplicemente affiancarlo con un nuovo indirizzo? “Credo che alla base di questa scelta ci sia l’idea di una scuola sempre più tarata sui bisogni dell’impresa e del mercato per cui gli studenti sono ‘materiale’ da addestrare al lavoro – commenta Graziamaria Pistorino, segretaria nazionale della Flc Cgil –. È il frutto di un’ottica neoliberista che ignora completamente il fatto che la scuola pubblica deve, invece, educare cittadini consapevoli, aperti al dibattito critico anche rispetto al lavoro, mettendo invece al centro di tutto gli interessi del capitale. 

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Una scelta, aggiunge, ”che vedo in stretta continuità con i provvedimenti in materia disciplinare sulla condotta: mi sembra che complessivamente siamo in presenza di un mix tra autoritarismo e neo-liberismo”. Questa ideologia della scuola si concretizza nelle scelte precise che caratterizzeranno il liceo del made in Italy. A cominciare dalla valorizzazione dell’apprendistato di primo livello – “il che a 15 anni significa una canalizzazione precoce verso il lavoro, mentre sappiamo bene che l’Italia deve aumentare il numero di laureati”, chiosa Pistorino – e del potenziamento della nuova alternanza scuola-lavoro, in forte continuità con l’altra novità di questi mesi: la filiera tecnico-professionale. Il tutto a discapito delle scienze umane che venivano insegnate nel Les.

Tutto il percorso, aggiunge la sindacalista, “punta a valorizzare i settori specifici del made in Italy aderendo alla vocazione produttiva del territorio, ma è un ragionamento miope rispetto agli eventi ipercomplessi, globalizzati e in continua mutazione dei fenomeni e meccanismi economici in corso, a partire dalla transizione ecologica e digitale”, osserva la dirigente Flc. 

Il limite del territorio

Agganciare le competenze a specificità territoriali a discapito dell’approccio critico significa tarpare le ali proprio a quella che, paradossalmente, è una delle caratteristiche vincenti del made in Italy: cioè la creatività. “La verità – sottolinea Pistorino – è che le aziende non sono più in grado di formare lavoratori e dunque chiedono alla scuola di addestrarli e ‘sfornarli’ già pronti. Ma, ripeto, è un’ottica miope”.

A dimostrazione di ciò nel provvedimento c’è una vera e propria chicca. L’istituzione di una Fondazione impresa e competenza, costituita dai ministeri delle Imprese e del made in Italy e dell’Istruzione e merito. Ebbene questa fondazione – di cui possono far parte anche soggetti privati – ha il compito di determinare gli obiettivi strategici del nuovo indirizzo, fornirà insomma gli orientamenti culturali degli ordinamenti di un indirizzo scolastico. 

“Insomma – conclude la sindacalista – se volevi introdurre un nuovo indirizzo, che noi comunque non condividiamo, non era necessario sopprimerne uno che funziona bene. Grazie a dio ci sono state diverse prese di posizione da parte delle scuole e confidiamo in un’azione forte che magari potrebbe portare a un emendamento al provvedimento in Parlamento”. 

Un'operazione discutibile

Ma cosa ne pensano i diretti interessati? Per Domenico Di Fatta, dirigente scolastico del liceo Regina Margherita di Palermo, il più grande della Sicilia (con i suoi 2.040 alunni) e che ha il Les nella sua offerta formativa non ci sono dubbi: “Perché eliminarlo? – si chiede –. È in crescita negli anni come numero di iscrizioni e credo sia un percorso adatto ai nostri tempi. Si studiano due lingue, tra l’altro. L’unico percorso, oltre naturalmente al linguistico, in cui ciò accade”.

Per Di Fatta, “lo studio di materie come antropologia e sociologia, con diritto ed economia, è fondamentale per sviluppare un pensiero critico tra ragazze e ragazzi. Ebbene, con il made in Italy, oltre alla secondo lingua, sparirebbe lo studio di antropologia e sociologia, in favore di un taglio aziendalista e focalizzato sul marketing”. 

Per il dirigente scolastico, in sostanza, si è voluto costruire un percorso da professionale, “abbellendolo con il mettere davanti la parola ‘liceo’. Io la trovo una mancanza di rispetto proprio verso gli indirizzi professionali che meritano grande rispetto. Perché se proprio si voleva fare questa operazione si poteva benissimo pensare a un made in Italy nell’istruzione professionale, oppure rendere un percorso autonomo l’attuale Les – che oggi è un’opzione del liceo delle scienze umane – e fare del liceo del made in Italy un’opzione possibile per le famiglie”.

Insomma, al di là del giudizio che si dà su un’operazione discutibile come il liceo del Made in Italy, non si sentiva affatto il bisogno di cancellare un indirizzo di qualità come quello del Les.