Omicidio volontario con dolo eventuale. Antonio Lovato, datore di lavoro di Satnam Singh, è stato ritenuto colpevole di questo reato dalla giuria popolare dalla corte d’assiste del tribunale Latina, ed è stato condannato in primo grado a 16 anni di carcere.

Cosa rende davvero giustizia

È questo che rende davvero giustizia a Satnam, il bracciante agricolo indiano di 31 anni morto il 19 giugno 2024 dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne di Borgo Santa Maria: il principio del dolo eventuale, non previsto dal codice e per la prima volta riconosciuto a un omicidio che è avvenuto sul posto di lavoro.

Un’aggravante anche se non in senso tecnico, finora applicata ad altri ambiti, come i casi di malasanità e gli omicidi stradali. Si configura quando la persona che agisce non persegue direttamente un reato, ma prevede chiaramente che la propria condotta possa causarlo: pur di raggiungere il proprio scopo principale, accetta il rischio che l'evento illecito si verifichi.

Come è accaduto con Satnam. Il datore lo mette a lavorare a un macchinario avvolgiplastica che definire artigianale è un eufemismo, molto pericoloso perché non rispetta le norme sulla salute e la sicurezza. E infatti il giovane si infortuna gravemente: il macchinario gli trancia un braccio.

Satnam si poteva salvare

Una casualità non così infrequente, purtroppo. Secondo la statistica, però come ha precisato nella sua replica la pubblica accusa in tribunale, nel 90 per cento dei casi quando c’è l’amputazione di un arto o di una parte di esso, la vittima si salva.

Quindi Satnam si poteva salvare, non sarebbe morto comunque. Sarebbe potuto sopravvivere se Lovato lo avesse soccorso e portato in ospedale. E invece lo ha caricato sul furgone e abbandonato per terra, davanti a casa sua, insieme al braccio mozzato messo in una cassetta della frutta.

Una sentenza giusta

“È una sentenza giusta, che abbiamo accolto con favore – spiega Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, sindacato dell’agroindustria che con la Cgil si è costituita parte civile nel processo e che ieri insieme alle strutture territoriali ha tenuto un presidio davanti al tribunale di Latina -. Non tanto e non solo per il numero di anni di carcere comminati, quanto perché è stato riconosciuto l’omicidio volontario con dolo eventuale. E perché la giuria ha stabilito e quantificato il risarcimento dei danni ai parenti, madre, padre, fratello e sorella, e alla compagna Soni”.

Tra i 90 e il 120 mila euro, che Lovato dovrà pagare alle parti civili. La giuria ha riconosciuto il diritto al risarcimento anche agli enti, tra cui la Cgil, che si sono costituiti parte civile, ma per la quantificazione ha rimandato a un altro processo.

In attesa delle motivazioni

"La condanna rappresenta un passaggio di giustizia importante e atteso – affermano in una nota Cgil e Flai Roma e Lazio e Latina e Frosinone -. Una sentenza che rende giustizia alla memoria di Satnam, al dolore di Soni e della sua famiglia e che dà forza ai lavoratori. Aspettiamo le motivazioni per una valutazione complessiva ma è un fatto importante che sia stato accertato ciò che affermiamo da due anni: la morte di Satnam Singh non è stata una fatalità ma frutto di scelte che hanno impedito al bracciante di salvarsi dopo quel gravissimo incidente".

L’altro processo

Mentre questo primo capitolo giudiziario si chiude, in attesa dell’appello che è stato già annunciato dagli avvocati della difesa di Lovato, è ancora aperto e va a rilento l’altro processo, altrettanto importante, che vede il datore di lavoro imputato per il reato di sfruttamento.

“Abbiamo presentato un esposto per violazione della legge 199 – prosegue Mininni - e chiediamo che sia riconosciuto che la morte di Satnam è avvenuta in un sistema di sfruttamento fondato sul caporalato, sul lavoro irregolare, sul ricatto e sulla negazione dei diritti e della dignità delle persone. Ogni sentenza a favore è un avanzamento nell’affermazione dei diritti dei lavoratori”.