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Al referendum voterò convintamente No. In primo luogo perché non sopporto l’idea che la nostra Costituzione, scritta dalla migliore cultura giuridica e politica del nostro Paese, venga manomessa gravemente colpendo il principio della divisione dei poteri.
Questa cosiddetta riforma, infatti, è stata concepita esclusivamente per mettere al riparo le oligarchie governanti – il potere esecutivo - dal controllo di legalità del potere giudiziario. Non è vero, come ci vengono a ripetere falsamente i sostenitori del sì, che produrrebbe una “giustizia migliore” per i cittadini, più rapida, più giusta, meno esposta agli errori giudiziari. Di tutto questo non c’’è traccia nelle modifiche ai 7 articoli della Costituzione su cui dovremo pronunciarci.
Quella che si vuole modificare è invece la struttura del Consiglio superiore della magistratura, ovvero l’organo di autogoverno dei giudici che, in quanto tale, dovrebbe garantirne l’autonomia e l’indipendenza: dividendolo in due, e quindi indebolendolo (ricordiamo la massima del “divide et impera”), e di conseguenza rendendolo più esposto al controllo della maggioranza di governo. Maggiore impunità per tutti i privilegiati – uomini (e donne) di governo, esponenti dei poteri forti, chi ha un forte patrimonio o una lobby potente alle spalle -; minore speranza di avere giustizia per i soliti sacrificati, per chi non può pagarsi un buon avvocato, per chi non ha protezioni che contino, per le persone normali, insomma, e tra queste in particolare per i più deboli e fragili.
Nel 1748 un grande pensatore, uno dei padri della politica moderna, Montesquieu, pose questi tre principi alla base dei nostri ordinamenti: “Chi fa le leggi non deve applicarle” (questo è compito dell’esecutivo); “Chi governa non deve giudicare”; “Chi giudica non deve rispondere a chi governa”. Sono i pilastri di quel fondamento dello Stato di diritto e della democrazia che si chiama divisione dei poteri.
La riforma Nordio-Meloni dà un diretto colpo di piccone a questo principio. Lo dichiarano essi stessi, senza pudore. Quando la presidente del Consiglio si lamenta dei giudici che non assecondano tutti i provvedimenti del suo governo (perché illegali), quando di fronte a un controllo di legalità su un atto dell’esecutivo si grida al sabotaggio, quando una stretta collaboratrice del guardasigilli Nordio proclama che col sì “ci libereremo dei giudici”, mostrano esplicitamente la propria volontà di avere “mani libere” indebolendo e sottomettendo al proprio volere quel potere indipendente.
Per questo il voto di domenica e lunedì rappresenta uno spartiacque: potremo decidere se quel progetto di manomissione di uno dei fondamenti della nostra Costituzione potrà andare avanti (il prossimo passo sarà il premierato, colpo mortale alla volontà dei costituenti); oppure se l’Italia che resiste e che continua a credere nei valori di chi ci ha restituito la libertà ha ancora la forza di sbarrare loro la strada.
Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No




























