In Italia un terzo delle famiglie composte esclusivamente da stranieri vive in povertà assoluta. Il 35,2 per cento per la precisione, contro il 6,2 dei nuclei di soli italiani, sei volte tanto. Questo accade anche a quelle dove qualcuno lavora: infatti è povero il 29,1 per cento dei nuclei con almeno uno straniero, in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2 di quelle italiane.

La denuncia arriva dall’Alleanza contro la povertà che chiede di riportare al centro le persone, i diritti e l’inclusione in un’Europa dove si moltiplicano trasferimenti, rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere.

Retribuzioni più basse

L’allarme è confermato dai dati del ministero del Lavoro: la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4 per cento rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori. Pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite.

“Anche l’accesso alle misure di contrasto è spesso sbarrato – spiega l’Alleanza -: per ottenere l’assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi”.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Asylum Information Database del luglio 2025, nonostante l’incidenza della povertà sia quasi sei volte più alta, nel maggio 2024 soltanto il 9,5 per cento delle famiglie beneficiarie dell’Adi era straniero.

“La vulnerabilità economica e quella lavorativa si alimentano reciprocamente - ricorda Katia Scannavini, rappresentante di ActionAid all’interno dell’Alleanza contro la povertà -. Chi ha meno diritti, meno stabilità e minore possibilità di farli valere è anche più esposto al lavoro povero e allo sfruttamento. È per questo che contrastare la povertà significa anche contrastare le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento del lavoro dei migranti".

I richiedenti asilo

Se si fa un focus sui richiedenti asilo si scopre che dati nazionali sull’incidenza della povertà tra questo gruppo di persone non ne esistono, ma ci sono indicatori molto chiari della loro fragilità economica.

Chi è ospitato nei centri governativi o nei Cas, centri di accoglienza straordinaria, riceve 2,5 euro al giorno per le spese personali, circa 75 al mese. Per chi invece resta fuori dall’accoglienza la legge italiana non prevede alcun contributo economico.

E anche chi vuole trovare un’occupazione è penalizzato: dal 12 giugno di quest’anno il richiedente asilo deve aspettare 90 giorni dalla formalizzazione della domanda prima di poter lavorare, contro i 60 previsti in precedenza.

I dublinanti

Poi ci sono i dublinanti, ovvero i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati secondo le procedure del regolamento Dublino II del 2003, si spostano in un altro Stato dove fanno una nuova richiesta: in questo caso il regolamento prevede che devono essere riportati nel Paese in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda.

Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno annunciato o avviato trasferimenti verso l’Italia, considerata responsabile dell’esame delle loro domande, poiché molto spesso siamo il Paese di primo approdo.

Domande d’asilo

“Nel 2024 in Italia sono state presentate 151.120 domande d’asilo, mentre le commissioni territoriali hanno esaminato 78.565 prime istanze – precisa l’Alleanza -. Alla fine dell’anno risultavano circa 180 mila richiedenti asilo in attesa di una decisione, quindi in condizioni di grave precarietà sociale ed economica. Dietro ai numeri delle domande, dei trasferimenti e dei rimpatri ci sono persone, titolari di diritti fondamentali che le politiche pubbliche hanno il dovere di rendere concretamente esigibili”.

La povertà è diffusa anche tra i rifugiati già riconosciuti: una categoria diversa e più tutelata grazie allo status ottenuto. Un’indagine dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, stima che il 43,5 per cento viva in povertà assoluta, il 67 per cento sotto la soglia di povertà relativa e il 26 in grave deprivazione materiale e sociale.

I minori soli

Non vanno dimenticati i minori stranieri non accompagnati, l’anello più debole e a rischio di impoverimento, sfruttamento e reclutamento criminale in assenza di una solida rete di sostegno. Dati del ministero del Lavoro alla mano, al 31 luglio in Italia erano 13.601, il 74 per cento aveva 16 e 17 anni: 7.388 diciassettenni e 2.674 sedicenni, migliaia di ragazzi in procinto di diventare maggiorenni.

“A 18 anni la tutela prevista per i minorenni può interrompersi proprio mentre servono un permesso stabile, un alloggio, formazione, reddito – precisano dall’Alleanza -. Senza continuità nell’accoglienza e nell’accompagnamento, il rischio è scivolare rapidamente nella povertà, nell’irregolarità, nello sfruttamento”.

Remigrazione e povertà

In questo quadro di negazione dei diritti e politiche carenti, l’unico vero tema che sta a cuore alla politica è quello della remigrazione. Al centro, la proposta di legge di iniziativa popolare che perora il ritorno volontario e assistito nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente presenti in Italia a certe condizioni.

Per farlo, un fondo da un miliardo di euro, incrementabile a due, che sottrarrebbe risorse all’integrazione, aumentando povertà e marginalità. Una tassazione delle rimesse che colpirebbe il reddito di famiglie che vivono in Paesi poveri. E l’incentivazione della partenza dei regolari che può aggravare la carenza di lavoratori.

Contrasto alla povertà

E invece per l’Alleanza sono necessari la revisione e il rafforzamento delle attuali misure di contrasto alla povertà, il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel Sai e percorsi immediati di lingua e formazione, il contrasto al lavoro povero, allo sfruttamento e al caporalato. Inoltre, le risorse pubbliche devono investite nell’inclusione, si devono rafforzare il Sai, gli affidi e i tutori volontari e va garantito il prosieguo amministrativo fino a 21 anni.