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A pochi giorni dal 25 aprile, il governo sceglie di colpire proprio ciò che dovrebbe essere tutelato senza esitazioni: la memoria della Resistenza. I tagli ai finanziamenti destinati ai luoghi simbolo dell’antifascismo non sono un dettaglio tecnico, ma un segnale politico preciso. Marzabotto, Fossoli, il Museo Cervi, Sant’Anna di Stazzema, la Risiera di San Sabba: nomi che raccontano la storia più drammatica del Paese e che oggi si ritrovano a fare i conti con bilanci ridotti e programmazioni già compromesse.
La comunicazione del ministero della Cultura, arrivata il 31 marzo a giochi fatti, ha il sapore di una decisione calata dall’alto. Per il 2026 ogni ente riceverà circa 364mila euro, ben al di sotto delle attese. Una riduzione di quasi 65mila euro che si somma a un precedente taglio da 22mila deciso con la manovra. Non una limatura, ma una scelta che incide concretamente su attività educative, ricerca, iniziative pubbliche. In altre parole, sulla capacità di trasmettere memoria alle nuove generazioni.
La mannaia è piuttosto vigorosa. Una progressiva erosione di un fondo nato nel 2017 con 2,5 milioni di euro e oggi sceso a 1,8 milioni. Una riduzione che trova una spiegazione anche nel decreto Carburanti, finanziato tagliando risorse a diversi ministeri, tra cui quello della Cultura. Ancora una volta, a pagare è ciò che non produce consenso immediato, ma costruisce coscienza civile.
Dai territori arrivano le proteste. La sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi, avverte che “se non si crede nell’importanza dei luoghi della memoria, significa non riconoscere il percorso che ha portato alla nascita della Repubblica”. Il sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, è netto: “La memoria delle vittime del nazifascismo non può essere considerata una voce di bilancio qualsiasi”. Parole che smascherano il tentativo di ridurre tutto a una questione contabile.
Il ministro Alessandro Giuli prova a rassicurare parlando di tagli “in via di sterilizzazione”. Ma il punto resta. Quando si interviene sui fondi destinati alla memoria, non si fa solo una scelta economica. Si decide che posto occupa quella memoria nella gerarchia delle priorità pubbliche. E oggi, alla vigilia della Liberazione, quel posto appare drammaticamente ridimensionato.






















