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La norma

Quarant'anni di una legge giusta, nel nome del compagno Pio La Torre

Foto: Avviso Pubblico
Ilaria Romeo
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Sulla base di una proposta presentata da Pio La Torre, il 13 settembre 1982, veniva promulgata la legge n. 646 - nota come ‘Rognoni-La Torre' - che introducendo nel codice penale l'art. 416-bis prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di associazione di tipo mafioso e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita

Il 13 settembre 1982 la mafia, di cui prima si negava spudoratamente l’esistenza, viene finalmente vietata ‘per legge’ e punita di per sé stessa, come reato associativo, indipendentemente dalla commissione di reati specifici.

Il testo normativo traeva origine da una proposta di legge presentata alla Camera dei deputati il 31 marzo 1980 (Atto Camera n. 1581), che aveva come primo firmatario Pio La Torre e alla cui formulazione tecnica avevano collaborato anche due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La Torre, ucciso pochi mesi prima, non riuscirà a vedere approvata la sua legge (lo stesso destino toccherà in sorte anni dopo a Borsellino e Falcone).

Alla domanda “Generale, perché fu ucciso il comunista Pio La Torre?”, il 10 agosto 1982, nell’ultima intervista prima della sua uccisione rilasciata al giornalista Giorgio Bocca, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo, rispondeva: “"Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla ‘associazione a delinquere’ la ‘associazione mafiosa’ ”.

“Sono trascorsi 38 anni dalla mattina del 30 aprile 1982 - scriveva Emanuele Macaluso nell’aprile 2020 - Ero a l’Unità, in via dei Taurini. Preparavo l’edizione del giornale del Primo Maggio, stampavamo e diffondevamo un milione di copie. Il giorno prima c’era stata la riunione con i diffusori, gli Amici de l’Unità, per mettere al punto la distribuzione del giornale nelle case degli italiani. Scrivevo l’editoriale e nella mia stanza fece irruzione il capo redattore, Carlo Ricchini. Gridò: “hanno ucciso Pio La Torre e con lui il suo compagno e autista Saro Di Salvo”. La mafia non aveva tollerato che Pio avesse chiesto al ministro dell’Interno, Rognoni, di mandare in Sicilia come superprefetto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e anche la proposta di sequestro dei beni ai mafiosi arrestati. Una proposta ritenuta intollerabile per Cosa Nostra, che aveva come scopo principale proprio l’arricchimento ricorrendo a intimidazioni e omicidi. Fu quella proposta ad indurre la mafia ad eliminare La Torre”.

Ammazzato dalla mafia, contro la violenza mafiosa Pio La Torre aveva forgiato sin dagli esordi la sua militanza sindacale e politica. Nato a Baida, un’antica frazione di Palermo, da padre palermitano e da madre di origini lucane, entrambi contadini poverissimi, sin da giovane si impegna nella difesa dei diritti braccianti nella Confederterra, nella Cgil, nella Partito comunista italiano.

“Muore sul campo - scriveva poco dopo la sua morte Agostino Marianetti su Rassegna Sindacale - concludendo una vita dedicata esclusivamente alla causa dei lavoratori, del movimento operaio, del popolo siciliano. Un uomo all’antica si dice di lui. Figlio delle lotte per l’occupazione delle terre negli anni immediatamente successivi alla Liberazione. Lì inizia la sua battaglia contro la mafia e contro i soprusi, in una zona chiave della prepotenza e della violenza: Corleone; un paese che a dispetto dei suoi abitanti è noto solamente per la residenza di grossi boss mafiosi. Per la sua attività al fianco dei contadini siciliani La Torre conosce anche la galera, negli anni più duri della repressione autoritaria. Diviene, quindi un dirigente della Cgil di primo piano. Per poi mobilitare tutto il suo impegno in qualità di dirigente del Partito comunista italiano”.

È impressionante - commentava nel 2019 Giorgio Frasca Polara - la mole di lavoro che Pio seppe accollarsi in una vita relativamente breve. Confesso di aver seguito personalmente, direttamente, parecchie delle sue esperienze, e dall’inizio, quand’ero il ragazzo di bottega de l’Unità Sicilia, sin quasi alla fine improvvisa e drammatica, quand’era esponente di punta del gruppo comunista alla Camera e fremeva - letteralmente fremeva - per quella sua legge e, insieme, per tornare in Sicilia dove lo aspettavano nuove lotte e nuovi sacrifici, sino a quello della vita. Povero, grande Pio, il cui ricordo sta impallidendo in questo mondo ora così lontano dalle sue speranze, dalle sue ambizioni, dal suo osare continuamente il superamento del muro di ogni mèta realistica. No, lui andava sempre oltre. Sino a quando raffiche di mitra e colpi di pistola non l’hanno massacrato. Ma aveva vinto, anche da vittima della criminalità politico-mafiosa”.